Settembre ’90
Un giorno tu mi dicesti: “Sai, la mia massima aspirazione sarebbe quella di essere immortale!”.
Alcuni su questa terra ci hanno provato a loro modo, amo Picasso; e penso che anch’egli possa rientrare fra quei pochi grandi destinati a rimanere immortali, per ciò che fecero e dissero:
“Il pittore subisce stati di pienezza e di restituzione. E’ questo il segreto dell’arte. Vado a passeggiare nella foresta di Fontainebleau, faccio indigestione di verde. Devo pur liberarmi da questa sensazione in un quadro. Il verde è il colore in esso dominante. Il pittore dipinge per un bisogno di liberarsi da sensazioni e visioni. Gli altri se ne impadroniscono per coprire un po’ della loro nudità, prendono ciò che possono e come possono.”
Silvia
Trovo queste righe nel primo pomeriggio pratese. Il cielo minaccia pioggia, come spesso accade in questo novembre toscano, ma ormai credo di avere fatto l’abitudine all’autunno. Ho superato quella fase adolescenziale dell’anno in cui non si accetta di essere passati dall’infanzia dell’estate all’età adulta invernale e mi crogiolo nel tepore di questi giorni di gelo in cui la mente, libera dalle eccessive speranze della bella stagione, riesce a guardare con incanto alla realtà e fermare quei brevi momenti di infinito che si celano nella foschia del mattino. Ora ritrovo la gioia sottile del fermarsi a guardare, rallentando il ciclo di questa vita che, come dice il poeta, passa accanto e con la mano ti saluta e fa bye bye. La gioia di ascoltare, dopo la logorrea edonistica estiva. La gioia di raccontare. Di cantare. Di scrivere.
E’ sabato. Torno dall’ennesimo corso di teatro con cui cerco di capire qualcosa di me stesso e di dare sfogo al mio innato egocentrismo e mi fermo a sfogliare i libri in una bancarella di Piazza San Francesco. Il centro di Prato, a differenza di quello di Firenze, non è stato svenduto al miglior offerente e si ha ancora la percezione di un luogo vivo, in cui ancora i pratesi non sono stati scalzati da valanghe di turisti provenienti da tutto il mondo. Vive con modestia la sua antichità e permette ancora di perdersi tra i venditori di libri vecchi a 1 euro e i negozi di bilance. Prato è una scoperta recente, ma mi ci sto affezionando. Molti dei cambiamenti positivi che sono avvenuti nella mia vita nell’ultimo anno e mezzo sono legati a questa città e forse tanto del fascino che leggo in questo luogo deriva proprio da questo.
Quando presi il treno per la prima volta per venire qui – era l’inizio di novembre dell’anno scorso, mi rendo conto che sono passati solo dodici mesi, ma la mia misura interiore del tempo mi fa sentire quella data come estremamente lontana – sentivo il rischio che la mia vita si smarrisse ancora nel silenzio dei miei anni bui, in cui avevo guardato il mondo senza sentire più il bisogno di parteciparvi, in cui avevo rinunciato a ogni cosa e scrutato le vite degli altri per alleviare la solitudine. Avevo perso molti treni, allora, e avevo perso per strada l’ennesima relazione che avevo creduto potesse risollevarmi dalla sensazione che a venticinque anni avessi già visto tutto, avessi già sperimentato tutto e che la vita fosse diventata soltanto una stanca ripetizione di situazioni già viste.
In un anno ho conosciuto moltissime persone, ho scoperto di avere qualche pregio, di dover fare fronte a vari miei difetti. Ho scoperto di avere bisogno degli altri e di saper scrivere canzoni – prima, nonostante i miei numerosi anni di composizione, nonostante le mie poesie, non ne avevo mai scritte. Ho scoperto di poter sbagliare senza essere distrutto dall’errore e di poter abbracciare le persone così, per sentirne il calore. In qualche modo, sono tornato alla curiosità per la vita e forse è per questo che vedo qualcosa nelle vecchie case del centro di questa città che somiglia molto all’affetto.
Il proprietario della bancarella mi suggerisce qualche libro. La Kristof.
“Già letta, non mi piace.”
Resta sorpreso. Gli dico che non mi piacciono gli scrittori che scrivono in modo troppo essenziale. Odio Hemingway, gli dico. Mi dà ragione. Dopo un po’ ci riprova. Bukowski. Gli rispondo che non amo particolarmente gli autori che fanno un uso troppo esibito della volgarità. La volgarità deve avere un suo ruolo nella narrazione, gli dico, come in Céline. A questo punto mi guadagno il suo rispetto e iniziamo a parlare di libri. Gli parlo degli autori che mi hanno segnato, Alvaro Mutis (che conveniamo essere più grande di Marquez), Murakami, Izzo, lui mi parla dei suoi e alla fine, dopo un’ora di conversazione spezzata tra le richieste dei clienti sui prezzi dei libri e gli interventi dei miei amici che mi mostrano quell’LP dei Queen che sono riusciti a ripescare nella bancarella accanto, accetto il suo consiglio e mi porto a casa un libro di Leskov che, a suo parere, dovrebbe piacermi.
Ma quello che mi porto via, soprattutto, è quella dedica. Una dedica su un libro che non ho comprato (forse avrei dovuto, a detta di tutti quelli a cui ho raccontato questa storia). Una dedica che parla di un amore vissuto alla fine di un’estate di ventisette anni fa e che per qualche ragione è finito ad ammuffire nell’umidità di un pomeriggio piovoso sul legno di una bancarella. Quella pagina scritta a mano da una bella calligrafia femminile, da una certa Silvia di cui non saprò mai nulla che parla a un uomo senza nome che ricercò senza successo l’immortalità, è l’ultimo residuo di un amore perduto che riemerge nei giorni di nebbia come una vecchia storia di cui da tempo si è dimenticata la trama. In fondo, facciamo tutti così. I nostri amori di un giorno lasciano dietro di sé frammenti di una felicità immaginata, vissuta, frammenti di silenzi e di momenti in cui abbiamo atteso l’alba ascoltando jazz, di per sé inutili a ricostruire il mistero delle nostre esistenze, ma che consentono ad altri di sognarle.
In fondo, mandiamo tutti lettere d’amore all’infinito sperando che l’infinito ci risponda, come in una delle poesie giovanili del purtroppo dimenticato Lorenzo Calogero:
Mandai lettere d’amore
ai cieli, ai venti, ai mari,
a tutte le dilagate
forme dell’universo.
Essi mi risposero
in una rugiadosa
lentezza d’amore
per cui riposai
su le arse cime frastagliate loro
come su una selva di vento.
Mi nacque un figlio dell’oceano.
(da Poco suono, 1933-35)
E dunque, nel pomeriggio pratese, la mia vita si mescola ai miei sogni su due persone che si incontrarono e poi si persero nella foschia. Che ricercarono qualcosa, per poi perderla. E che lasciarono una traccia che mi ha permesso di trovare i residui dei loro amori nel labirinto delle esistenze, permettendomi, per un momento, di immaginarli.
Novembre 2017
Questo scritto spiega la genesi della poesia “Settembre ’90”, che potete leggere qui.
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