Les amours d’étè e il porto di Santos

Questo scritto spiega la genesi della poesia “Il porto di Santos”, che potete leggere qui

Ottobre 2016

Avevo bisogno di chiudere i conti con un mio amour d’étè. Uno dei tanti amori che la bella stagione culla e che le piogge d’ottobre fanno morire pietose, ben sapendo che breve è il corso dei sentimenti. Più che altro, avevo bisogno di trovare un senso, quel senso che solo la parola scritta sa dare, solo il racconto e che consente di derubricare quel caotico ammasso di esperienze che chiamiamo vita in un insieme ordinato che tende verso un fine ben preciso.

A Firenze, ora, fa caldo. L’ultimo caldo di ottobre, probabilmente, visto che ieri notte ha piovuto e che ancora pioverà domani, forse, quando di nuovo mi metterò in cammino e riprenderò la mia quotidianità di stanze di ospedale, sale prove e spiegazioni tecniche di come la vita inizi e finisca fatte da uomini in camice bianco dall’aspetto professionale.

C’è stato un tempo in cui volevo viaggiare per mare, vedere il mondo. Partire all’alba con il treno delle sette e mezzo da Santa Maria Novella e andare a nord, verso Parigi – ricordo mio padre e una mattina di marzo: mi portò alla stazione a vedere i treni in partenza, “Guarda lì, G., quello va a Parigi, un giorno ci andremo”. Conoscere Le Havre, la brumosa Le Havre vista attraverso lo sguardo rassegnato e il francese smorzato di Jean Gabin. Incontrare le donne, là, e immaginare di dire, come nel film: “T’as des beaux yeux, tu sais?”

E in fondo un po’ il marinaio l’ho fatto, con la mia vita fatta di partenze, di persone conosciute e lasciate con un sorriso o con un rimpianto. E, ogni volta, con un racconto.

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