Luglio 2016
Breve resoconto della situazione attuale: esami, esami, esami e ancora esami. E dire che Giugno sembrava averlo capito che non era aria di vacanza, con quelle sue piogge torrenziali e quelle temperature da inverno tardivo. Luglio ci ha sorpreso, arrivando torrido sulle rive del fiume. Mi ha trovato impreparato.
Ho sempre avuto una certa immagine poetica dell’estate, come il momento della vita, della creatività, dell’entusiasmo. Dei sensi che si risvegliavano dopo il lungo inverno, delle canzoni che scorrevano lungo le porte della notte. Ai tempi del liceo, ogni estate scrivevo qualcosa, prima poesie, poi anche libri e racconti. Ho continuato anche nei primi anni di Università, quando ancora le cose sembravano semplici e la vita appariva come il lungo fiume tranquillo che ancora non sapeva di stare per incontrare la cascata.
Questa volta, l’estate mi ha colto impreparato. Non è stata altro che un’increspatura del tempo, un rumore di fondo e io mi ritrovo in pieno luglio senza avere la mia canzone per l’estate, il mio amore biondo e ventenne, le mie speranze.
Mi sento un po’ come in quella canzone di De André che dice
Com’è che non riesci più
a volare?
Perché non riesco più a volare, mia cara estate? Eppure ho visto scorrere la vita dalle feritoie dei corpi nei pomeriggi stanchi dei giorni di marzo. Ho creduto di perdermi nel silenzio della solitudine, affogato nelle mattine troppo fredde di due anni fa. Ho imparato a leggere il libro della sofferenza, di trovarvi un senso, una diagnosi, talora una cura. Sono diventato una persona diversa.
Sarà per questo che non riesco più a volare?
O forse no, sono solo stanco. Forse è come se fossi tornato alla luce dopo una notte durata anni. Come se fossi uscito dalla mia gabbia di sogni dopo un lungo sonno e dovessi sgranchirmi le ali prima di spiegarle. Questo, forse, è il mio mattino, quello che ho atteso per anni vicino al fuoco della notte. O forse è l’ennesima lucciola che mi si posa sul naso mentre cerco di dormire.
Sullo scaffale, vicino ai libri dell’Università, ci sono le poesie di Eliot. Ho sempre amato il Canto d’amore di J.Alfred Prufrock. Lo rileggo:
Ho udito le sirene cantare l’una all’altra.
Non credo che canteranno per me.
Le ho viste al largo cavalcare l’onde
Pettinare la candida chioma dell’onde risospinte:
Quando il vento rigonfia l’acqua bianca e nera.
Ci siamo troppo attardati nelle camere del mare
Con le figlie del mare incoronate d’alghe rosse e brune
Finché le voci umane ci svegliano, e anneghiamo.
Prufrock era un po’ Amleto. Io non lo sono.
(No! I am not Prince Hamlet, nor was meant to be;
Am an attendant lord, one that will do
To swell a progress, start a scene or two,
Advise the prince; no doubt, an easy tool,
Deferential, glad to be of use,
Politic, cautious, and meticulous;
Full of high sentence, but a bit obtuse;
At times, indeed, almost ridiculous–
Almost, at times, the Fool.)
Non lo sono perché ho imparato a decidere. A prendere parte. A entrare in conflitto.
Chissà se ricorderò ancora come si vola.
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