Dicembre 2016
Le casse, in camera, rimandano la musica dell’inverno. La “Settima” di Mahler, con le sue atmosfere notturne. A volte, quando la ascolto nelle rare sere di dicembre in cui la vita non mi invia ad essere parte di altre armonie da creare dal silenzio, mi sembra quasi di potermici raggomitolare dentro, di poter trovare un mio spazio tra le pieghe della notte descritta in quei cinque tempi e di poter rimanere là, immobile in un’eternità sospesa. Sembra esserci tutto, dentro la Settima: le strade di Vienna invase dalla neve del primo movimento, le rare luci di poche case illuminate nell’oscurità e il calore di un caffè aperto fino a tardi, dove un uomo con il violino suona una melodia gitana.
Caro, vecchio, Gustav. Dicono che dirigesse con un gesto ampio, non metronomico. Dicono che, per ironia di una sorte che vide la nipote del compositore Alma Rosé morire ad Auschwitz nel 1944, il giovane Hitler si fosse innamorato di Wagner assistendo a un Tristan diretto proprio da Mahler e che da lì derivasse la preferenza che egli espresse in seguito per lo ieratico Furtwaengler.
Fuori, la città è avvolta dalla nebbia. Si risveglia lentamente in questo 26 di dicembre, quasi disorientata dall’atmosfera lattiginosa che invade le strade. L’orchestra suona la Nachtmusik II, una spettrale litania da banda di paese. Per molto tempo, la mia vita è stata scandita dalla musica, tra dicembre e gennaio. Per Natale suonavamo Corelli o forse Bach, ci immergevamo nei cori barocchi per illuminare chiese fredde con il nostro contrappunto intirizzito. A Capodanno arrivava la famiglia Strauss al completo, arrivavano i teatri, il riscaldamento, la possibilità di indossare l’abito da concerto senza trecento strati di maglioni sotto.
Mentre la sinfonia arriva al termine, ripenso a quei giorni, che in fondo non sono poi lontani. E penso che sono in cammino, ancora. E che in fondo sono felice.
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