Estate 2017
La mia camera, avvolta dal caldo fiorentino e perfusa da quell’ansia sottile e leggera che solo la sessione d’esami sa dare, decide di risputare fuori una poesia di Ginsberg che avevo stampato un po’ di tempo fa e che avevo lasciato a morire tra un libro di biochimica in attesa di essere venduto da circa cinque anni e il Greatest Hits dei Queen. Non è un periodo in cui ho molto tempo per leggere, come testimoniano i richiami marini del Breviario Mediterraneo di Matvejevic che giacciono sul comodino insieme alle buone intenzioni con cui li avevo riesumati più o meno due settimane fa dicendomi che sì, questa volta sarei arrivato almeno a metà. Non amo nemmeno in modo particolare la letteratura americana; ho un rapporto complesso con Roth (i 20 euro spesi per Pastorale Americana rimangono tra i rimpianti della mia vita insieme ai 500 euro che il me stesso quattordicenne decise proficuamente di impegnare per acquistare un basso elettrico che non avrebbe utilizzato mai), non sono mai andato oltre pagina 5 di un qualsiasi libro di Faulkner e sono riuscito a leggere Sulla strada solo dopo tre tentativi infruttuosi.
Eppure, Ginsberg è diverso. Lo è sempre stato. Nella sua poesia newyorkese, nella sua voce che legge quei versi nelle registrazioni di un tempo, mi sembra di ritrovare qualcosa delle estati che sognavo da adolescente, bagnate dalla musica dei Doors e inondate da quella sensazione di libertà che mi evocavano i viaggi in moto raffigurati da Easy Rider.
Il testo che ho tra le mani è quello di America. La scoprii per caso; su Emule – ai tempi in cui esisteva ancora – circolava un audio in cui qualcuno l’aveva sovrapposta a una canzone di Tom Waits e me ne innamorai allora, più o meno all’epoca in cui dicevo che, se fossi potuto rinascere, avrei voluto essere Virginia Woolf. Sono passati quasi dieci anni eppure ancora, scorrendo quei versi, vi ritrovo dentro un frammento di me.
“Non fa che parlarmi di responsabilità. Gli industriali sono seri. I produttori di cinema sono seri. Tutti sono seri tranne me.”
A diciannove anni volevo scrivere, volevo viaggiare; mi dissero di essere serio e in qualche modo credevo anch’io che fosse necessario. Con il tempo ho imparato a gestire la mia serietà. A metterci dentro un po’ di musica, un po’ di quella strana follia che forse è l’ultimo retaggio della mia adolescenza. Adesso, da un anno o poco più, sono di nuovo in viaggio e di nuovo quella poesia, che suonava così vicina al me stesso diciassettenne e che si era poi progressivamente allontanata dal mio modo di essere è di nuovo la “mia” poesia.
E la rileggo, buttato sul letto, come un tempo.
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