La ballata dell’uomo della Luna

I

Penso che sia iniziata così. Per me, perlomeno. Rick Blaine vagava da molto tempo, inseguito da uomini ormai fiaccati da anni di ricerca vana. Penso che sia iniziata così, in un mattino di pioggia al terzo piano dell’Ospedale Saint-Honoré di Orano-sur-mer, in una stanza bianca di vite dimenticate, evaporate tra quei muri nell’indifferenza, nella silenziosa assuefazione alla morte che pervadeva quel luogo. Jérome era morto. Un volo di tre piani, verso le quattro del mattino. Un incidente, dicevano, probabilmente era ubriaco. I medici avevano provato a salvarlo, ma i danni provocati dalla caduta erano troppo gravi e alle sei e mezzo era andato in arresto cardiaco ed era morto. Un incidente, così avevano detto.

Avevo conosciuto Jérome al primo anno di università. Studiava sconosciuti poeti finlandesi di cui pronunciava il nome con reverenza. A volte, me ne leggeva le poesie, delicati frammenti di un mondo freddo, ricolmi di una meraviglia che si cristallizzava come la brina nelle albe d’inverno cui gli autori da Jérome tanto amati dovevano essere certo abituati. Non parlava molto, Jérome. A volte, nelle sere d’estate, rimanevamo sul balcone della sua casa fino a tardi, ad ascoltare il silenzio che scendeva lentamente sulla città inquieta; i suoni svanivano piano, allora, quasi impercettibilmente e all’improvviso ti ritrovavi solo nella moltitudine silenziosa e dormiente, quando tutte le luci si erano spente e tu da tempo avevi smesso di fantasticare su quella donna che poteva vivere in quella casa al sesto piano di cui riuscivi a intravedere, nella penombra, solo una scala e un portaombrelli dalla forma curiosa.

 A volte, Jérome mi raccontava storie dei suoi poeti amanti di Finlandia, scappati in una sera di primavera più calda del solito e ritrovati dopo due giorni a chilometri da casa mentre costruivano castelli di sogni e terra sulle vie del mare. Jérome era l’ultimo legame con la mia adolescenza. Dai diciott’anni, avevo sentito le forze che fino a quel momento mi avevano invaso in una gioia inutile e creativa spegnersi in silenzio senza lasciare traccia. Mi aveva invaso il freddo dei giorni sempre uguali, del tempo che ormai privo di scansione rotolava insensibile verso la morte e le estati e gli inverni trascorrevano nell’attesa del miracolo, del giorno in cui ancora mi sarei svegliato con la forza di un tempo. Solo con Jérome ritrovavo, in parte, la gioia di allora. Ma anch’egli covava, evidentemente, un dolore, nel profondo, un dolore che lo mangiava lentamente e che egli non mostrava. Il giorno prima di morire mi disse che sentiva di stare sfiorendo. Mi ricordò quel verso di Neil Young: “E’ meglio bruciare che appassire”. Jérome non citava mai versi di canzoni. Rabbrividii: era lo stesso verso che lasciò scritto Kurt Cobain prima di uccidersi.

Difficile non collegare le due cose, a posteriori. Ma non ha importanza, in fondo. Ricordo quel mattino di ottobre, la pioggia che cadeva contro i vetri e la sensazione che l’ultimo legame con la mia adolescenza fosse stato definitivamente reciso. Il freddo non avrebbe avuto più ostacoli, più interruzioni, e la speranza sarebbe diventata ogni giorno più stanca, fino a che forse non avrei seguito Jérome nel suo assecondare una morte che non si contentava di prenderci, ma che ci pervadeva nei nostri vent’anni per riempire le nostre vite del sapore appiccicoso del dovere, per farci assuefare al grigiore e per farci divenire inutili, tristi, incapaci ormai di reagire alla fine di tutto ciò che avevamo sognato.

Quella sera, mi spinsi fino alla gare Balzac, comprai un biglietto per la corriera che partiva alle 23.42, destinazione Reims. Presi poche cose, un po’ di soldi e partii.

II

In una poesia di Rilke, chiedono ad un personaggio perché parta e vada in guerra. Lui risponde: per tornare. E forse anch’io partivo per tornare, partivo per cercare quell’adolescenza che avevo perduto il giorno in cui decisi – o forse non fui io a farlo – che era tempo di chiudere il giardino in cui mi ero crogiolato nei miei verdi anni e di andare via, di diventare grande. Credevo di poter tornare quando avessi voluto a quel giardino di gioia e di giovanili illusioni. Mi sbagliavo. La mia adolescenza era stato un continuo vivere in una bolla di sogni, che si era nutrita di libri, di volti di ragazza immaginati o conosciuti, di conversazioni alla sera sull’origine del mondo e di feste e di estati in cui ero libero di incontrare la mia fantasia e lasciarmi condurre da lei dove desiderava. Ora tutto era finito e partivo per ritrovare la gioia di allora, ma soprattutto per sconfiggere quel senso di morte che sentivo dentro.

Partivo per tornare.

III

Il passeggero spagnolo fuma e non dovrebbe farlo. Primo, perché dice di soffrire di cuore. Secondo, perché è vietato e sono già venuti due volte a farglielo notare. Lui annuisce e continua a fumare. Dopo un po’, apre il finestrino ed è ancora peggio – sono quelle notti in cui ottobre incontra l’inverno e gioca con lui nel gelo. Entra vento freddo e una pioggerella gelata dal finestrino aperto. La signora grassa in terza fila si lamenta, il passeggero spagnolo la ignora. Dice di chiamarsi Rick Blaine, come il personaggio interpretato da Humphrey Bogart in Casablanca. Ha una cicatrice sul labbro inferiore e occhi sfuggenti che continuano a rivolgersi al finestrino. Guarda case lontane svanire nel buio.

“Vedi – mi dice, sono il suo vicino di posto e sembra aver sviluppato una strana simpatia per me – in una città come quella mi insegnarono a cantare, giù in Spagna. Nelle notti d’inverno non c’era molto da fare e allora si cantava. Mi affascinavano le storie che raccontavano quelle canzoni, ma non finivano mai e dicevano troppo poco. E allora aggiungevo particolari, cambiavo qualcosa. Scrivevo nuove canzoni immaginando che Juan Posada dopo tre anni avesse ucciso per gelosia la donna cui allora teneva così tanto o che Paddy Garcia avesse vinto la sua rivoluzione e avesse creato un mondo pacifico e silenzioso, ai confini del Messico. E poi mi piaceva fantasticare sull’isola del Re di Maggio, scrissi molte canzoni su di essa. L’isola del Re di Maggio emergeva dalle acque davanti a Cadice ogni anno, il terzo giorno di primavera, e scompariva sul finire dell’estate. Là, uomini antichi avevano costruito una scala che conduceva sulla Luna, ma non tutti potevano salire su quella scala, solo chi aveva qualcosa che ne illuminava l’anima nel vento d’estate. Coloro che riuscivano a salire sulla scala si chiamavano Figli della Luna e chi veniva respinto, in fondo, non se la prendeva troppo: si sedeva ai piedi della scala e attendeva che i Figli della Luna tornassero da lassù e raccontassero le visioni fantastiche del mondo della Luna. Per molti secoli, tutto andò bene così.

Ma poi un giorno seppero dell’isola uomini ricchi e potenti: banchieri, politici, re. Si misero in mare: volevano vedere anche loro la Luna, ma la scala li respinse. Si infuriarono e andarono dal sovrano dell’isola.

La scala ci ha respinto, dissero. Il sovrano sorrise.

Vogliamo salire sulla Luna, ti pagheremo e misero davanti al Re di Maggio tanti soldi quanti non ne aveva mai visti in vita sua, lui che viveva in una reggia di legno e marzapane, ma lui ancora sorrise e scosse il capo.

Non posso decidere io chi far salire sulla scala, è la scala che decide. I vostri soldi non li voglio, sto bene così. Guardatevi dentro e forse la scala vi farà passare.

Ma quelli iniziarono a urlare, si adirarono, tornarono in patria e dissero ai loro popoli che non era giusto che solo i Figli della Luna salissero sulla scala, che doveva essere permesso a tutti e mossero guerra all’Isola del Re di Maggio. Ma l’isola era scomparsa e non riapparve alla primavera successiva. Non riapparve mai più. Tuttavia, qualcuno dice che da qualche parte, se chi la cerca ha il cuore puro e storie di mare da raccontare al Re, l’isola ci sia ancora. Io la sto ancora cercando.”

IV

Nella notte si intrecciano storie. I ragazzi davanti a me hanno diciott’anni. Sono diretti a Le Havre da un parente gravemente malato. Nei bisbigli che ancora attraversano la corriera nonostante l’ora tarda si fanno forza a vicenza. Zio Michel ha cinquantadue anni e un carcinoma polmonare allo stadio terminale. Dicono che abbia incontrato, in un mattino di tre anni prima, su una spiaggia lontana, un uomo magro, sottile, le cui fattezze erano simili alle sue ma deformate, come disegnate da un vignettista maldestro. L’uomo magro gli ha detto che entro tre anni sarebbe morto. Che lui non lo sapeva, ma che già la morte si era insediata in lui e stava tessendo la sua tela.

Zio Michel allora aveva quarantanove anni, era il proprietario del caffè Il cigno nero, al centro di Le Havre. Un uomo allegro, almeno così dicono. Da quel giorno non sorrise mai più. Si chiuse in un mutismo quasi assoluto, mentre i medici andavano e venivano dicendogli che doveva essere forte, che doveva reagire. Lui non rispondeva. Aveva preso una stanza di fronte al mare e si era messo a dipingere tramonti. A cercare di mostrare il mare di notte. Forse stava cercando di conoscere la morte. Lo trovavano alzato ancora alle due a sfumare cieli in cui gabbiani solitari planavano verso terra, in cui navi lontane si perdevano nell’oblio di una storia mai iniziata, in cui uomini soli nel freddo della notte chiedevano al mare le chiavi della vita.

“Voglio morire guardando il mare – dice zio Michel – e non voglio essere sepolto nella terra umida. Portate il mio corpo là, su quella spiaggia che ogni giorno vedo dalla mia finestra, ergete una pira e bruciatelo. Quindi disperdete le ceneri sul mare, così da restituire alle acque ciò che mi hanno dato in questi giorni di dolore. E se volete ricordarmi, andate a conoscere l’oceano in un giorno di ottobre. Sarò accanto a voi.”

Se di notte non riesce a dipingere né a dormire perché l’angoscia lo avvolge, zio Michel prende un libro di poesie e ne legge una. Sempre la stessa. E’ una poesia di Carver, scritta quando ormai il tumore che lo stava consumando non gli dava più speranze.

Dice:

Scende il crepuscolo. Poco fa è caduta
un po’ di pioggia. Si apre un cassetto e dentro ci si trova
la foto di un uomo e ci si rende conto che ha solo altri due anni
di vita. Lui questo non lo sa, è chiaro,
è per questo che posa sorridente davanti all’obiettivo.
Come può sapere cosa gli sta mettendo radici nella testa
in quel momento?

Zio Michel legge. Ripensa al suo incontro sulla spiaggia, a quell’uomo magro. E si assopisce.

V

Rick Blaine ha le idee chiare: “Devo scendere a Parigi, poi andare a Brest.” Perché proprio a Brest, gli chiedo. “Sono malato. Non è tanto il cuore, quanto il fatto che ho vagato troppo e ho nostalgia. Nostalgia di luoghi, di momenti, di donne. La nostalgia ti prende il cuore, è questa la mia malattia. Per guarire devo andare a Brest.”

Perché proprio a Brest, gli chiedo di nuovo. “A Saintes-Maries-de-la-mer, dentro la vecchia chiesa della Madonna nera, ho incontrato una maga gitana. Mi ha letto la mano e mi ha detto che un cielo plumbeo grava sui miei passi e presto sarà troppo tardi per tornare indietro. Devo guarire e per farlo devo andare alla fine della Terra e cercare una donna di cristallo che la vita ha immerso in un fiume di fango. Lei mi potrà salvare.”

“E dov’è la fine della Terra, Rick?”

“In due luoghi, in Europa. C’è Finisterre, in Portogallo, dove i pellegrini che andavano a Santiago de Compostela bruciavano le vesti usate durante il cammino e prendevano una conchiglia come prova del viaggio. E poi c’è il Finistère, dove si trova Brest. La fine della terra.”

VI

Jeanne aveva ventidue anni e un’adolescenza perduta negli alberghi a ore di Brest, una notte dopo l’altra, un uomo dopo l’altro, trovato nella bruma della sera in una strada che odorava di fiori e di foschia, condotto piano lungo le strade della città gelata, abbandonato al mattino, due banconote sopra il letto e un senso di vuoto nella mente, per correre al porto, a incontrare di nuovo il mare. Con il tempo, si era fatta conoscere; ora riceveva al 22 di Rue Mutis, al terzo piano, e i marinai sudati e stanchi dell’inverno avevano lasciato il posto a professionisti dal cuore gelato, a industriali obesi e a politici un po’ avanti con gli anni che andavano e venivano affaticandosi sulla scala di legno che conduceva da lei.

Jeanne aveva ventidue anni e occhi verdi che ci fissavano in silenzio, un sorriso accogliente sulle labbra carnose e capelli neri che il vento di ottobre aveva scompigliato (“Scusate il disordine” – disse quando entrò). Sembrava quasi una fragile immagine di un passato ideale, immersa nel suo cappotto rosso, il viso dai lineamenti delicati che emergeva e svaniva sotto una sciarpa blu.

Jeanne aveva ventidue anni e sedeva dinanzi a noi al secondo piano del caffè Kapuscinski, al 2 di rue Galarreta, nel rosso dei manifesti appesi al muro e nel viavai incessante dei camerieri. Fuori aveva iniziato a piovere.

Eravamo a Brest da una settimana ormai. Rick mi aveva pregato di seguirlo per non rimanere solo con la sua tristezza e io l’avevo contentato volentieri, non avendo altri posti dove andare. La città era piovosa e infondeva nell’anima un senso di sospensione del tempo. Pareva che ognuno, in quel frammento di mare e terra ai confini dell’Europa, avesse un preciso ruolo da recitare e che vi si calasse, ogni giorno, per interpretare sempre la stessa parte. Marinai distratti si avvicendavano nella foschia del mattino, mentre donne frettolose inseguivano la sera condotte dal vento, come in una antica danza. Il pomeriggio scorreva lento; Rick chiamava ragazze dalla dubbia reputazione per dare loro appuntamenti e scoprire se corrispondevano alla sua idea di donna di cristallo immersa nel fango. Non venivano mai. L’unica che venne fu Jeanne.

“Una cosa vorrei che fosse chiara – disse quando entrò e ci ebbe salutati – Se tutto questo è un modo per venire a letto con me, vi avverto che sono abbastanza cara e non vi farò sconti per la vostra bella faccia. O per le vostre storie sulle donne di cristallo.”

“Si capisce” concordò lo Spagnolo guardando la pioggia che cadeva sempre più fitta, giù, sui cappelli sformati dei marinai e sugli ombrelli scoloriti degli uomini che tornavano all’inizio del loro quotidiano viaggio.

“Tornano a casa – aggiunse poi additando le figure confuse nello scrosciare dell’acqua – Ogni giorno partono e tornano e sentono che in fondo tutto questo è il loro ruolo, che questo è il senso della loro esistenza. E sono felici.”

“Non tutti – obiettò Jeanne – ci sono anche quelli che vengono da me.”

“Non sono felici?”

“Non necessariamente, prima. Poi, certo, dopo stanno meglio, ma quanto può durare? Un bagliore di luce in una vita grigia, null’altro. Forse si sognano poeti, marinai… sognavano la loro vita come un libro da scrivere, pieno di amori da inseguire sui treni della notte, donne cui scrivere lettere piene di lacrime. E invece sono finiti così, persi nell’eterno ripetersi dei giorni, a ricercare incontri furtivi ben pagati con una ragazzina che dà loro solo del calore, non amore. E’ triste, in fondo, non trova?”

“E lei è felice, Jeanne?”

“Ho ancora il tempo di sognare. E’ per questo che sono venuta qui stasera.”

“Per sognare?”

“Mi ha raccontato una storia curiosa. Non ne sentivo da tempo.”

“Non ha scrittori nella sua clientela?”

“Solo poeti troppo stanchi della vita. E anche loro vengono raramente.”

“Comunque, lui è Gabriel”

“Spagnolo anche lei?” mi chiese allora Jeanne e in quel lei pronunciato con il tono divertito di un gioco infantile – in fondo, dovevamo avere più o meno la stessa età – credetti di scoprire un fondo di dolore, la malinconia di sere distratte passate a dare del tu a perfetti sconosciuti, vezzeggiandoli con i segni di una conoscenza profonda che non c’era mai stata. Fu lei stessa a confermare questa mia impressione di allora, tempo dopo: “Vedi, Gabriel, nella mia vita ho visto molti uomini, volti che si sovrappongono e si confondono nella memoria, che si compongono in un quadro sempre uguale, il quadro dei giorni che trascorro a interpretare la mia parte… Sono i volti che ricercano la piccola, sensuale, Jeanne, la loro procace dispensatrice di sogni, la dolce Jeanne che sembra poter far risuonare la loro anima fin nelle corde più riposte, come se li conoscesse da sempre… Sono i volti cui do del tu in notti di luci fioche in appartamenti nei pressi del porto – si sente il suono del mare, a volte, dopo mezzanotte ed è così bello – e che mi dicono Ah, Jeanne, ormai ci conosciamo da tempo, mentre non sanno un bel niente di me… conoscono la Jeanne che ho creato per loro, il personaggio che essi amano per come regala loro un piacere discreto recitando antiche poesie dopo il sesso e cullandoli fino a che non si sono assopiti… conoscono la Jeanne un po’ madre e un po’ figlia che dà loro la forza per proseguire la loro vita triste, che accoglie i loro sogni e gliene crea di nuovi, che fantastica con loro di un mattino d’estate in cui fuggiremo insieme su una nave verde diretta a Marsiglia… la Jeanne che dà un senso a ogni cosa, per cui tutto il mondo è un intricato romanzo che attende solo di essere narrato, la Jeanne che non ha esigenze, che si dona… Ma quella non sono io. Almeno, è solo una parte di me. E molti possono avere quella parte di me, in fondo basta pagare, ma solo ad alcuni aprirò tutto il mio essere. E con questi ultimi preferisco usare il lei nelle conversazioni. Il tu, in fondo, è a buon mercato.”

Allora non sapevo tutto questo, ma lo intuii in modo confuso, mentre stringevo la mano al suo volto arrossito per il suo divertimento di bambina e ne ricambiavo il sorriso, così leggero nella sera che scrosciava di pioggia.

“Sono francese – le dissi – vengo dal Sud, da Orano-sur-Mer”

“Sa, Jeanne – interloquì Rick – il mio amico, qui, è più o meno scappato di casa.” E gettò un’occhiata alla cameriera che si allontanava e si accese una sigaretta con la massima naturalezza.

“Be’, venire a Brest d’inverno non è stata una grande idea – scherzò Jeanne – Poteva andare a Parigi. O a Barcellona. Perché proprio a Brest?”

“Perché ha avuto la fortuna di incontrare me – la spengo, la spengo! – fece Rick rivolto al cameriere che andava verso di lui ad ampie falcate minacciandolo in modo confuso – Non può mica andarsene in giro da solo per l’Europa, non le pare? Finirebbe per tornarsene a casa. E non deve farlo, finché non avrà trovato ciò che cerca.”

“La donna di cristallo?”

“No. Quella è roba mia. Il mio amico, qui, ha perso l’estate.”

Espressione perplessa di Jeanne. Cioè: sopracciglia in su, sguardo a Rick, poi a me, poi di nuovo a Rick. Si mordicchiò le labbra, presumibilmente si chiese se sul giornale del mattino avesse letto qualcosa circa la fuga di una coppia di matti dal reparto psichiatrico di qualche ospedale e chiese con cautela: “In che senso ha perso l’estate?”

“E’ una storia lunga – fece Rick – ma se ha tempo gliela posso raccontare.”

E parlò di Jérome, dei miei diciott’anni, della mia estate perduta in un giorno di settembre in cui decisi di diventare grande, dei miei sogni rinchiusi in un giardino lontano di cui avevo perso la via. Parlò per un’ora e Jeanne lo ascoltava quasi rapita, gettandomi uno sguardo di tanto in tanto, come dubitando che realmente quello che sentiva si riferisse a me.

Io fissavo la pioggia, la sera, immaginavo il mare lontano. Non mi è mai piaciuto sentir narrare la mia storia.

VII

Alle nove non pioveva più. Il vento venuto dal mare aveva scacciato le ultime nuvole e ora batteva gelido le vie silenziose. Ci congedammo davanti alla porta del caffé. Jeanne si stringeva nel suo cappottino rosso e sembrava non sapere cosa dire. Alla fine se la cavò con un: “Mi richiami, Rick. Non so se sono la donna che cerca, ma mi fa piacere parlare con lei. E con il suo amico taciturno.” aggiunse poi indicandomi.

Rick fece un lieve cenno con la mano e prima che potesse dire qualcosa lei era già svanita, evaporata nel silenzio tranquillo della notte, quasi inghiottita da un’oscurità calma che vegliava sui sonni di Brest.

“Torniamo a casa” mi disse Rick toccandomi la spalla.

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