Epifanie jazz in un pomeriggio d’inverno

I brandelli d’inverno mi riportano al passato. Metto su Charlie Parker e guardo le vecchie foto. Avevo quindici anni – cazzo, quindici anni – le promesse delle estati in cui non c’era niente da fare e ci si perdeva tra Dostoevskij e gli occhi di donne troppo spesso sognate, quindici anni ad attendere la notte per ricercare una bohème alcolica in Piazza S.Croce, quindici anni – non sapere niente del mondo e scrivere poesie. Avevo quindici anni, un volto di bambino e già un contrabbasso; nessun dolore dietro le spalle a parte le consuete delusioni amorose di cui ora non ricordo neanche il nome.

Domenica pomeriggio a teatro parlavano di Dalì. Dicevano che l’immaginazione nasce dalla composizione dei ricordi e allora, in questa sera fiorentina in compagnia di un dizionario di inglese e delle domande da studiare per l’ennesimo esame, uso i ricordi per sognare l’uomo che sarò. Come da bambino, quando immaginavo il giorno in cui sarei arrivato a vedere il mio volto nello specchio del bagno – allora accessibile per me solo tramite un pratico sgabello – ricompongo gli uomini che sono stato per vedere l’uomo che sarò. L’aria della sera sospende il tempo, ora come allora, ed eccomi, come un Dio agostiniano emerso dall’ennesimo inverno, nel punto in cui il passato e il futuro si uniscono e tutto ha senso. Bevo il silenzio dei giorni che verranno, dei giorni che ancora mi voltano le spalle. E improvvisamente non ho paura, non ho nostalgia. Posso rimettermi in cammino.

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