Con le scarpe affondate
nel tepore di un altro Natale
mi rivedo
ragazzo che scriveva incipit
e raccontava storie interrotte alle solitudini di passaggio
nella sala d’attesa dei suoi ventidue anni.
Gli uomini a cavallo erano partiti presto, allora
e io ero rimasto là, ad attendere un treno di mezzanotte
che era svanito lontano
disperso tra le curve di sonno
che velavano la notte spagnola.
Nell’oscurità della mia vita immobile
creavo volti di fumo che scomparivano all’alba
– Meinhart, Rick, Jeanne, non saprò mai dirvi come finivano le vostre esistenze
dove giungevano le strade che avevo creato per voi
io, demiurgo ubriaco in cerca dell’ombra
di un’adolescenza di vetro
fuggita a Parigi con un mago gentile
per non scordare mai l’odore del mare.
Le donne di luce non si possono baciare
e le vibrazioni dell’anima
interferiscono con la trasmissione delle telemetrie
– mi dissero mentre vegliavo la mia giovinezza morente
al terzo piano di un ospedale di provincia
terapia intensiva, stanza 221.
Ammetto di aver sognato l’Africa
sul ciglio di un’alba suburbana
come il vecchio Arthur alla fine di tutto
delle poesie delle storie delle canzoni.
Ammetto di aver guardato lascivo
le navi di Amburgo
– portatemi via da questo silenzio infinito
da questo eterno inizio di una vita in attesa!
– Ma i marinai distratti mi rubarono i sogni
e mi lasciarono in lacrime ai confini di Agosto.
Nel pomeriggio d’inverno
– dicembre congela gli amori serali
della mia bionda compagna di un altro venerdì
– le sue mani interrogano il mistero del mio corpo di uomo
la mia bocca la insegue nel suo racconto di carne e sesso –
ritrovo i frammenti degli anni perduti
del ragazzo di vetro che sognò una vita
di storie interrotte
svanite all’alba nel profumo dei sogni
e nello specchio noto di non riconoscere
l’uomo di oggi nelle cicatrici di ieri.
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