Le notti permettono ancora di amare Firenze. Priva del caos che ne popola le giornate di città troppo piccola per i suoi sogni di grandezza, essa si lascia attraversare da chi voglia semplicemente andare, affidarsi alle sensazioni confuse della sera abbandonando la razionalità sterile del giorno. Ho conosciuto molte notti in questi mesi, notti da tagliare con la mia Citroën e un disco sullo stereo, notti in cui ho immaginato di essere altrove, in una California distesa lungo le sponde del viale dei Mille, negli anni Settanta, mentre i Doors cantavano Break on through. Notti in cui le luci incostanti di viale Volta mi riportavano a quando, negli anni dell’infanzia, lungo quella medesima strada venivo ricondotto a casa da mia madre dopo l’ennesima lezione di musica. Notti in cui sul Ponte alla Vittoria ripercorrevo gli avvenimenti della serata, le persone sfiorate, le storie ascoltate, le donne amate nello spazio di poche ore in cui la stanchezza ci aveva reso meno diffidenti.
Milena Flašar nel Signor Cravatta parla dello “sfiorarsi”. Delle persone che ci toccano e verso le quali ci sentiamo in qualche modo attratti per un gesto, per una storia, per uno sguardo, per qualcosa che risulta poi estremamente difficile da spiegare razionalmente. Eppure, sono le persone che sfioro a tenermi ancorato a Firenze. Un tempo leggevo Mutis; erano gli anni bui e sognavo di fuggire con Maqroll il Gabbiere, con il suo sodale Abdul Bashur, il “sognatore di navi” di origini levatine, con la bella Ilona venuta con la pioggia. Sognavo un errare continuo che desse un senso alla mia solitudine, un andare e venire da migliaia di porti e di voci di donna che rendesse il mio discreto non essere, il mio osservare senza agire, meno gravoso. Avevo perso l’amore per le notti di maggio, che – credevo – solo altrove avrebbero potuto recuperare il colore ingenuo dell’adolescenza, quando preludevano alle estati infinite in cui l’anima si perdeva nei sì e nei no di una ragazza senza nome.
Nel libro della Flašar c’è un passaggio in cui l’insegnante di pianoforte dice all’allievo che non sa ascoltare; pertanto, smette di insegnargli a suonare e inizia a suonare per lui, per fargli comprendere il sentimento nascosto nelle cose. Ecco, forse ho vissuto qualcosa di simile: progressivamente ho imparato ad ascoltare, ad ascoltare il sentimento delle persone che sfioravo, a percepire il riflesso dei loro sguardi sulla mia anima, della loro voce e delle loro storie sul mio istinto e le mie paure. E ho imparato di nuovo a mettermi in contatto. Ora non ho più paura della notte. La attraverso con la mia Citroën, i Doors, John Lennon o Guccini in sottofondo (ieri sera cantavo La locomotiva con l’entusiasmo perduto di troppi anni di grigio neoliberismo) e di nuovo ne avverto le promesse. Le promesse delle passanti che sono riuscito a trattenere.
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