Questi ultimi anni dell’era postmoderna mi sono sembrati un po’ come quando sei alle superiori e i tuoi genitori partono e tu organizzi una festa. Chiami tutti i tuoi amici e metti su questo selvaggio, disgustoso, favoloso party, e per un po’ va benissimo, è sfrenato e liberatorio, l’autorità parentale se ne è andata, è spodestata, il gatto è via e i topi gozzovigliano nel dionisiaco. Ma poi il tempo passa e il party si fa sempre più chiassoso, e le droghe finiscono, e nessuno ha soldi per comprarne altre, e le cose cominciano a rompersi e rovesciarsi, e ci sono bruciature di sigarette sul sofà, e tu sei il padrone di casa, è anche casa tua, e così pian piano, cominci a desiderare che i tuoi tornino e ristabiliscano un po’ di ordine, cazzo. Non è una similitudine perfetta, ma è come mi sento, è come sento la mia generazione di scrittori e intellettuali o qualunque cosa siano; sento che sono le tre del mattino e il sofà è bruciacchiato e qualcuno ha vomitato nel portaombrelli e noi vorremmo che la baldoria finisse. […]
Stiamo sperando che i genitori tornino e chiaramente questa cosa ci mette a disagio, voglio dire: c’è qualcosa che non va in noi? Cosa siamo, delle mezze seghe? Non sarà che abbiamo bisogno di autorità e paletti? E poi arriva il disagio più acuto, quando lentamente ci rendiamo conto che, in realtà, i genitori non torneranno più. E che dovremmo essere noi, i genitori.
David Forster Wallace, Review of contemporary fiction, 1993
Ieri sera suonavamo Schubert. Ho sempre avvertito una certa complicità con il vecchio Franz, quasi condividendo quella frase di Feldman che disse di portare il lutto perché Schubert lo aveva lasciato; ho sempre avvertito una naturale simpatia per le trasparenze della sua scrittura per quartetto, per il desiderio di cantabilità dei suoi lieder, perfino per la prolissità delle sue sinfonie, per la proliferazione di temi che vi si trova – del resto anch’io, come lui, sono abbastanza incapace di sviluppare e modificare continuamente un’idea ritmica o melodica come invece faceva mirabilmente Beethoven.
Schubert è un compositore notturno, si insinua nelle pieghe dell’oscurità, nelle malinconie dell’anima che emergono a sera, nelle case degli amici dopo la terza birra o nei bar di San Frediano che alle due di notte ci cacciano raccomandandoci di non sostare troppo vicino all’ingresso perché i vicini si potrebbero lamentare. In fondo, Schubert non viveva nulla di profondamente diverso da questo; abitava negli appartamenti messi a disposizione dai suoi amanti, improvvisava alle feste nelle case degli amici e si perdeva nella notte viennese in esperienze che lo portarono a contrarre la sifilide e a morire. Percepiva forse la stessa malinconia di noi post-moderni, la malinconia di essere alla fine di un mondo culturale, di una tradizione: il classicismo viennese aveva raggiunto il suo culmine con Beethoven e tutto sembrava già fatto, già scritto, già compiuto e al caro Franz non rimaneva che ammirare il buon Ludwig e accompagnarne la bara alla sua morte nel 1827. Forse anche Schubert, come chiunque oggi cerchi di scrivere, di comporre, di realizzare qualcosa, si poneva la questione della rilevanza di ciò che faceva. Se avesse senso scrivere opere che poi probabilmente nessuno avrebbe mai eseguito né ascoltato. Se avesse senso essere un epigono, semplicemente un erede di una tradizione che sembrava schiacciarlo.
Mio padre me lo dice spesso: “Tutto è stato già scritto, Gabri. O perlomeno, tanto è stato già scritto.” Sembra necessario oggi arrendersi alla nostra dimensione di meri eredi di un patrimonio culturale già onnicomprensivo e al massimo ridursi a giocarci, a rielaborarlo ironicamente come faceva il da me odiatissimo Umberto Eco. Eppure, c’è Schubert che ci ricorda che tante volte l’umanità si è convinta che tutto fosse stato realizzato. E che anche allora qualcuno ha provato a fare, dimenticandosi di tutto, perfino dell’apparente inutilità di quanto stava scrivendo o componendo e che ignorando la fine della storia l’ha di fatto cancellata. In fondo, è quello che dice Nietzsche quando parla della necessità di liberarsi degli elementi dannosi della storia monumentale, di quella percezione dell’impossibilità di superare i grandi del passato che blocca le energie creative.
In fondo, nessuno ha mai raccontato questa notte, queste prove di Schubert, questo silenzio che si diffonde nella casa mentre scrivo. Nessuno ha mai aperto la mia finestra, vissuto la mia vita. Dunque, forse è ancora necessario raccontare questi tempi inquieti, in cui di nuovo la nave della Storia abbandona l’ennesimo porto in cui ci eravamo illusi di confinarla per condurci verso l’ignoto.
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