Al Franchi, un pomeriggio d’inverno

Dei miei otto anni ricordo poche cose. Il gol di Batistuta a Wembley sentito alla radio, con il Guetta che gridò per dieci minuti buoni. Un rigore sbagliato da Chiesa in non ricordo quale partita, che gli valse un disegno irridente attaccato sulla porta della classe e subito fatto rimuovere dalla maestra. La bomba carta nella partita con il Grasshoppers, che portò all’esclusione dalla Coppa Uefa dell’ultima Fiorentina di Trapattoni. Dei miei undici anni ricordo il pomeriggio del fallimento – avevamo scommesso, io e mio padre, un gelato sul fatto che la Fiorentina non sarebbe scomparsa. Vinsi io, che da buon fiorentino diffidavo delle promesse di Cecchi Gori, ma la rifondazione della società e la sua iscrizione alla C2 ci fecero propendere per un sostanziale pareggio. Ricordo Riganò sui campi di provincia, il contropiede di Rossi in Fiorentina-Juventus, il suo ginocchio che cede, a Gennaio, poco dopo.

Eppure, dei miei ventisette anni dovrò ricordare questo pomeriggio. Dico a mio padre che andiamo allo stadio, perché in fondo non si può piangere da soli e così ci troviamo sotto il primo cielo di marzo che minaccia pioggia in mezzo alla folla muta di viale Fanti, che lascia sciarpe, fiori, ma soprattutto parla – apparentemente del nulla, “Ci vediamo domenica alla partita”, “Hai visto Giovanni?”, in realtà probabilmente della vita, della morte, delle nostre illusioni. Perché in fondo non siamo qui solo per ricordare la morte di un uomo che aveva pochi anni più di me e che avevamo apprezzato, oltre che per le doti tecniche, per la totale assenza di un certo divismo che certe volte pare connaturato al ruolo del calciatore. Siamo qui anche per piangere la fine delle nostre illusioni, delle illusioni di quel bambino di otto anni che guarda le partite e crede che in fondo il calcio possa essere un buon rifugio dalle difficoltà della vita, qualcosa per cui arrabbiarsi e gioire senza essere assaliti dalla complessità del reale, dal suo senso sfuggente, dai suoi dolori. E invece in questo pomeriggio, nel lento andirivieni delle sciarpe viola, dei bambini con i disegni, delle donne che piangono, sembriamo avere infine capito che non si può fuggire. Che non è vero che esista un frammento dell’esistenza che si possa ridurre all’esultanza per un gol o alla rabbia per un giocatore che decide di cambiare squadra. Che la morte non ha paese, come il mare cantato da Verga alla fine dei Malavoglia.

E forse mentre torno a casa sotto la pioggia che infine inizia a cadere sono un uomo più triste e più saggio, come l’ospite del matrimonio alla fine del racconto del vecchio marinaio di Coleridge. E forse nella sera che scende sono più lontani i sogni di quel bambino di otto anni che credeva che bastasse un gol di Bati la domenica per dimenticare lo scorrere muto dei giorni.

Ave atque vale, Davide.

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