Samb e Diop li hanno ammazzati dietro casa mia. Due colpi di pistola in una mattina d’inverno – ricordo quel giorno, tornai a casa per i preparativi del compleanno di mia sorella e mia madre mi disse che era successo qualcosa, avevano sparato in Piazza Dalmazia – “State tutti bene?” – “Chiama il babbo” – “La mia collega venendo a scuola ha visto il sangue”. Alla radio dicevano che avevano ucciso due senegalesi – “Adesso cerchiamo di accertarne l’identità, ma quando l’avremo fatto inizieremo a chiamarli per nome” disse lo speaker di Controradio cercando di fuggire alle generalizzazioni giornalistiche per cui quando muori non conta chi tu sia stato, la tua storia, conta l’etichetta che ti appiccicano addosso – un giovane, un anziano, una donna, due africani – e la notizia ha importanza e valenze diverse a seconda di tale etichetta. In Piazza Dalmazia ho passato una buona metà della mia vita, la conosco a memoria: l’edicola dove compravo le figurine a sette anni dopo scuola, il cinema Flora cantato anche da Brunori dove negli anni del liceo andavamo a vedere i film culturalmente più impegnativi e dove incontrai per la prima volta una ragazza che avrei molto amato, la pizzeria dove andavamo a cenare alle medie, quando volevamo fingere di essere diventati grandi. Strano pensare a quel mattino, alla morte, al dolore in quel luogo così familiare. Ora in fondo alla piazza hanno messo una targa commemorativa nel punto in cui furono assassinati, tra una casa e la curva della strada. È difficile vederla a meno che non si sia al corrente della sua esistenza, quasi che le architetture irregolari della città protese a celarla si vergognassero di ammettere che, poco meno di settant’anni dopo la Resistenza celebrata dall’enorme monumento di fronte alla banca, i fascisti sono tornati a uccidere in un mattino di Dicembre.
Ed è a quel mattino che ripenso oggi, oggi che di nuovo a Firenze si uccide per razzismo (perché solo per razzismo un uomo può uscire di casa con una pistola, arrivare sul ponte Vespucci e casualmente sparare all’unica persona di colore che vi si trovava a passare) e che, a differenza di quanto accadde nel 2011, non ci si stringe intorno alla comunità senegalese colpita, ma si cerca di minimizzare il suo dolore a fronte delle imperdonabili conseguenze della sua rabbia (hanno sputato al Sindaco, che dubito che si riprenderà mai da cotanto affronto, e rotto qualche fioriera, peraltro facendo subito dopo una colletta per ripararla). Spero che si tratti di un momento di confusione transitorio, destinato a svanire con la manifestazione di sabato, e non il segno che progressivamente, come già avevano fatto presagire le reazioni politiche ai fatti di Macerata, una parte della popolazione stia iniziando ad accettare come normale e forse auspicabile che si possa usare violenza nei confronti delle minoranze etniche.
Tornando dai funerali di Astori, negli occhi ancora la folla in lacrime all’uscita del feretro da Santa Croce, la percezione della realtà della morte che pervade gli animi e li spinge a urlare, a cantare, sempre più forte, soffocando il silenzio che aveva regnato fino a pochi secondi prima, mi fermo in piazza Dalmazia, a pochi passi dalla targa che commemora Samb e Diop. Nel 2011 avevo vent’anni, penso, sono cambiato molto da allora, sono diventato una persona più sicura, con meno paure e meno indecisioni; non ho perso però la capacità di ascoltare le storie degli altri, di guardarli negli occhi, di vederli nella loro individualità di persone piuttosto che giudicarli per la loro appartenenza sociale o politica. Credo di essere rimasto umano. Mi auguro che Firenze abbia fatto altrettanto.
Aggiornamento del 10/03: la città ha risposto con la consueta civiltà e solidarietà. Già un desiderio di pacificazione e di ricordare senza polemiche Idy Diene si era percepito ieri con le parole del Sindaco, oggi le migliaia di persone che si sono messe in cammino da Piazza Dalmazia verso il Ponte Vespucci hanno ribadito che no, Firenze non si è assuefatta alla violenza, al razzismo, a chi vorrebbe dividere gli uomini sulla base di categorie che dimenticano le storie e l’individualità di ciascuno. È confortante vedere che Firenze non è cambiata. È confortante vedere che qui, ancora, abbiamo avuto la capacità di restare umani.
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