Le passanti e la generazione postuma (anche i contrabbassisti, nel loro piccolo…)

Scrivo spesso di passanti. Probabilmente sono il simbolo dei nostri sogni in questa civiltà in declino. Ci penso a sera mentre mi riparo in una libreria di via De’Cerretani dopo una conferenza alle Oblate. Il relatore, mentre i residui dei discorsi su Montale svanivano e gli studenti dei licei giunti a cercare di comprendere le ragioni per cui si dovrebbe scrivere poesia oggi si perdevano nuovamente nel calore di un’altra primavera, ha perentoriamente affermato che dopo Zanzotto nessun poeta si è più interrogato sul senso della vita, della morte, della realtà, del linguaggio. “Dagli anni Settanta – ha affermato in modo netto – tutti i poeti si sono chiusi in un intimismo inutile, che è rassicurante perché dà senso, ma si sono rifiutati di affrontare la complessità del reale”. Mi sembra un ottimo messaggio da mandare a dei ragazzi che si interessano di poesia – mi dispiace, non scrivete, purtroppo siete nati postumi. Se foste nati negli anni Dieci o meglio ancora nell’Ottocento avreste potuto godere del fascino che assumono le buone cose di cattivo gusto nel salotto di nonna Speranza, ma oggi no, non potete provare a dare un vostro sguardo sulla realtà, perché sarete necessariamente fagocitati dai paragoni con il passato. E poco importa che la poesia non comprenda solo il primo Montale ed Eliot, non sia solo l’interrogativo sul senso filosofico dell’esistere, ma sia anche la comunicazione aperta e piena della sofferenza degli emarginati della Grande Potenza di Ginsberg, il canto delle puttane e dei vagabondi della Buenos Aires di Ferrer, la vita sotto le bombe della Sarajevo di Sarajlić. Davvero dunque raccontare l’umanità ferita dalla guerra, i suoi volti, le sue storie ha meno valore letterario di certe poesie volte alla distruzione del linguaggio della Neoavanguardia? Davvero raccontare i volti di chi è lasciato ai margini del progresso è secondario e forse inutile rispetto alla necessità di interrogarsi sulla presenza di un Dio che, se esiste, si è incarnato negli ultimi?

Sinceramente, mi è sembrato un discorso affine a quello di chi sostiene che la musica è morta con John Bonham dei Led Zeppelin, un’analisi nostalgica che rifiuta di interrogare la specificità delle esperienze poetiche dagli anni Settanta in poi stabilendo a priori con una certa presunzione la loro sicura inferiorità rispetto ai modelli del passato. Peccato che la scrittura debba nascere da un’esigenza, non certo dalle codificazioni dei critici e che io apprezzi molto di più la verità di certe pagine di Hikmet rispetto all’astrazione spinta all’estremo del Parnasse francese o di certi componimenti di Mallarmé.

Ma dicevo delle passanti. I loro sguardi ci vendono sogni a poco prezzo, ci permettono di illuderci sulla possibilità di un contatto, di un amore destinato a svanire quando i loro volti scompaiono nella nebbia di un altro inverno. In fondo, la nostra vita in questi anni confusi non è così diversa. Negli anni dell’infanzia, nei dorati anni Novanta in cui abbiamo creduto alle promesse sputate da un televisore o da chi era sinceramente convinto delle magnifiche sorti e progressive, ci siamo illusi di poter raggiungere ciò che desideravamo, di poter aspirare a qualcosa, così come proiettiamo su ogni passante quello che vorremmo che fosse, senza conoscerne la storia. Poi la passante svanisce e con essa i nostri sogni e così la vita annega le nostre illusioni nel gelo di un’altra crisi. Siamo probabilmente la generazione più istruita nella storia del mondo, eppure non abbiamo diritto ai sogni e non abbiamo neanche diritto di parola, perché la poesia e la musica sono state già scritte e noi, mi dispiace, siamo nati postumi.

Ma inseguiremo le nostre passanti, scriveremo le nostre poesie, racconteremo le nostre storie. Perché in fondo abbiamo imparato a non dare retta a “chi pretende di spiegarci l’avvenire e poi il lavoro e poi l’amore”.

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