Perché poeti in tempo di povertà? – Appunti per la generazione postuma

Ma, amici, arriviamo troppo tardi. È vero, gli Dei vivono ancora
ma al di sopra delle nostre teste, in un altro mondo

F.Hölderlin, Brot und Wein

“Perché poeti in tempo di povertà?” si chiede Hölderlin nell’elegia Brod und Wein cercando di immaginare quale possa essere il fine della poesia in un tempo in cui l’armonia tra gli Dei e gli uomini si è rotta e dunque non è più possibile avere una comprensione completa della divinità. È la stessa domanda che potremmo porci oggi – e che già si poneva Montale nel discorso di accettazione del Nobel nel 1975 – oggi che, come osserva Ferroni al termine della sua Storia della Letteratura Italiana, “tutti sono poeti”, ma che sempre più la poesia sembra divenire o assolutamente periferica e inascoltata o del tutto asservita al narcisismo esibizionistico e alla spettacolarizzazione proprie della società contemporanea. Oggi che la complessità del reale sembra impossibile da cogliere tramite gli strumenti limitati e forse desueti della letteratura, oggi che la progressione verso l’avanguardia del moderno si è esaurita e che il postmodernismo sembra cercare di convincerci di essere nati postumi, alla fine della storia culturale del mondo, e di non poter fare altro che riprendere e imitare il passato con lo sguardo ironico di chi ha compreso che nulla ha senso e nulla può dare senso.

In fondo, in musica si ha qualcosa di analogo. Ho studiato composizione e negli ambienti della musica di ricerca si avverte sovente una necessità di “nuovo” che spesso si unisce con l’erronea identificazione di tale dimensione innovativa con un utilizzo estensivo della dissonanza, senza rendersi conto che in fondo essa poteva suonare nuova all’epoca di Schönberg, non certo oggi, dopo Darmstadt, dopo il recupero della tonalità con il minimalismo, dopo gli esperimenti sulla musica popolare di Berio e il frantumarsi dell’avanguardia in migliaia di ricerche individuali estremamente diverse tra loro.

Dunque, qual è il senso dello scrivere poesia, dello scrivere musica oggi? Credo che innanzitutto vi sia la necessità di raccontare la contemporaneità. Di fissare volti, personaggi e di renderli universali. In fondo, Dante scrivendo la Commedia non fece altro che dare valore simbolico a uomini del suo tempo e, se la fine del moderno ha determinato la fine delle grandi narrazioni, di certo non ha eliminato la necessità, da parte dei poeti e degli artisti, di riconoscere nella transitorietà del presente una dimensione più ampia, simbolica, universale, che solo la poesia e forse la narrazione possono fissare su carta. Un buon esempio di ciò viene dalla cultura pop e dalle figure raccontate da De André. Si badi bene, parlando di De André qui non ci si riferisce al cantautore genovese nato nel 1940 e prematuramente scomparso nel 1999, ma all’insieme di autori, musicisti e poeti che collaborarono ai suoi dischi (Ivano Fossati, Massimo Bubola, Riccardo Mannerini, Francesco De Gregori ecc.). Ebbene, i personaggi e le storie di cui De André parla provengono generalmente dal quotidiano di un’epoca in cui il Gruppo 63 aveva già denunciato l’impossibilità di cogliere il reale con la parola e, in seguito, di tempi come gli anni Settanta e Ottanta in cui molti critici (cito il solito Ferroni, ma anche Segre concorda su ciò) avvertono una generale crisi della poesia. De André riesce a creare invece personaggi e storie che assumono carattere di universalità, che trascendono la contingenza per elevarsi a simbolo più ampio di modi di vivere, di ideali, di speranze. Ad esempio, il percorso di dura presa di coscienza dell’impossibilità di sognare in un reale brutale raccontato in Rimini, la cui protagonista si vede costretta ad abbandonare il suo quieto bovarismo per affrontare la dura esperienza di un aborto, è perfettamente calato nel tempo in cui è scritto, eppure parla a ciascuno delle difficoltà di conciliare i propri vagheggiamenti infantili con le asperità dell’età adulta. Medesimo è il racconto che viene fatto in Sally, che traccia una sorta di sintetico romanzo di formazione di un personaggio che incontra l’amore, la droga, la violenza, la sopraffazione del potere.

Altro autore in grado di narrare storie che, pur raccontando il particolare, riescono in realtà ad essere universali è Horacio Ferrer. Noto principalmente per aver scritto i testi delle canzoni di Astor Piazzolla, Ferrer fu cantore di una Buenos Aires notturna in cui amò immergersi dall’infanzia, durante la quale lui, nativo di Montevideo, attraversava il fiume per perdersi nell’infinita notte porteña, alla morte, avvenuta nel 2013 all’Hotel Alvear, nella capitale argentina. Ferrer scrive di matti, di prostitute, di biondi in bicicletta e in quelle storie fortemente legate al loro tempo e alla loro ambientazione, nella donna che segue ingenuamente il piantao (il matto) perché “i matti hanno inventato l’amore”, nell’uomo che immagina nel giorno della sua morte di recarsi a trovare l’amata trovandola “carica di tristezza fino ai piedi”, nelle abitanti di Venere che decidono di fermarsi a Buenos Aires inventando il tango, nell’ultima grela (prostituta) che affronta il fallimento dei propri sogni, è possibile riconoscere qualcosa di noi stessi e della nostra natura di umanità precaria in cerca di un’illusione in un mondo votato alla venerazione dell’utile.

Sono solo due esempi, potrei farne molti altri; quello che intendo dire è che in ogni caso il reale cela ancora personaggi e storie che possono parlare a molti riguardo ai loro sogni infranti, alle loro aspirazioni, al senso del loro vivere quotidiano. Sarebbe dunque quantomeno bizzarro evitare di raccontare ciò che ci circonda trincerandosi dietro la convinzione postmodernista che tutto sia stato già detto. Non è vero: quale autore del passato ha mai parlato di questi anni di crisi, delle inquietudini di una gioventù estremamente istruita che si trova però a dover affrontare la prospettiva di un futuro misero? Forse è l’ingiustizia maggiore: la generazione che più di ogni altra ha gli strumenti culturali per comprendere ed esprimere il profondo disagio in cui si dibatte da anni, il senso di precarietà, di inutilità, viene privata del diritto di parola perché la poesia è già stata tutta scritta e così la narrativa, le grandi narrazioni sono finite e non ci si può più chiedere il senso del proprio stare al mondo senza risultare ridicoli, demodé, insignificanti di fronte ai modelli del passato.

C’è anche da considerare un altro aspetto – e qui ha un ruolo importante anche la musica – che è quello legato alla tradizione. Mohamed Ba riferisce come in passato l’educazione dei ragazzi in Africa avvenisse mediante l’ascolto delle esperienze degli anziani sotto il baobab. Probabilmente, dopo gli anni della sperimentazione ad ogni costo, del continuo progredire del moderno, una volta preso atto dell’impossibilità di innovare ancora senza disgregare completamente il linguaggio letterario e musicale, è necessario tornare a tale funzione primigenia della poesia, del racconto e del canto, che alla poesia e al racconto è strettamente correlato. È necessario scrivere per conservare e tramandare l’esperienza individuale e collettiva, è necessario comporre per dare a tale esperienza la forma antica delle melodie che venivano modulate intorno al fuoco a sera perché fossero imparate, ripetute e ricordate e conservassero così la memoria della comunità e la riunissero intorno a valori condivisi.

Anche a questo dovrebbero servire la poesia e la musica oggi: a creare una nuova tradizione, a conservare la memoria, a riunire intorno a un patrimonio esperienziale e culturale comune. Questo non implica un disconoscere il patrimonio delle avanguardie in favore di una semplificazione eccessiva del testo musicale e poetico, ma una necessaria presa d’atto del fatto che gli anni trascorsi dalle sperimentazioni musicali e letterarie le mettono sullo stesso piano delle esperienze precedenti e che i loro risultati non sono che uno tra i molti strumenti che la storia letteraria e quella musicale ci mettono a disposizione per esprimere il reale.

Forse, infine, in questi tempi di atomizzazione e disorientamento culturale, il raccontare dovrebbe ricercare la collaborazione, una voce collettiva che raccolga gli innumerevoli punti di vista sul reale cercando di rendere universale il particolare e di raccontare storie che vivano della molteplicità di un’umanità in cammino, proprio per la funzione di cui si diceva di conservare la memoria di questi tempi confusi e unire intorno ad essa. In fondo, la voce collettiva della tradizione aedica che ci ha raccontato la vicenda di Odisseo o quella della morte di Ettore non ha fatto che questo, riunire la molteplicità delle proprie sensibilità creative individuali in una grande narrazione corale.

È necessario, dunque, in conclusione, cantare l’epica del quotidiano contro il presente che tutto appiattisce in un continuo trascorrere. Fissare le storie in un’eternità atemporale, come avveniva quando il tempo non era una merce e il passare delle stagioni era la sua unica misura. Raccontare le storie dell’oggi rendendole esemplari e fuori dal tempo, come i racconti che in passato si facevano dinanzi al fuoco. Rifiutare, anche in musica, il culto del progresso e del fatto che il progredire degli anni ci spinge avanti e ricercare anzi un suono della tradizione, che aiuti a rendere un’idea di atemporalità.

Solo così avrà senso di nuovo essere poeti (e compositori) in tempo di povertà.

Questo testo di “poetica in tempi precari”, estremo tentativo di cercare un senso allo scrivere e al mio scrivere in un’epoca in cui sembra spesso superfluo interrogarsi sulle ragioni della propria attività creativa, non avrebbe mai visto la luce senza le persone di grande vivacità culturale con cui ho avuto la possibilità di confrontarmi in questi ultimi mesi. Vorrei ringraziare in particolare Lucia, che mi ha aiutato molto a interrogarmi sulle ragioni del mio scrivere e le cui domande e osservazioni hanno avuto un ruolo fondamentale nella mia presa di coscienza di dovermi approcciare alla scrittura e alla composizione in modo finalmente maturo. Grazie Lucia e sappi che il mio scarso senso geografico è riuscito infine a comprendere che Bogotà è in Colombia (tu sais).

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