Firenze, le città e la memoria

“Non parli mai di Firenze” mi ha detto una persona qualche tempo fa. “Scrivi di Parigi, di Atene, di luoghi che hai visto in un’infanzia lontana, quando tuo padre ti portava alla stazione a veder partire i treni, o che hai solo immaginato in una notte troppo breve per i tuoi sogni di fuga. Mai di Firenze. Come se non fosse tua, come se non ti appartenesse. Come se in fondo il tuo essere qui fosse solo un dettaglio dell’esistenza, un punto di passaggio che ti incatena ai tuoi ventisette anni, ma di cui ti libererai presto come ci si libera delle stagioni, della giovinezza, dell’amore.”

Per molto tempo, in effetti, Firenze non mi è appartenuta. Avevo forse troppo pochi anni per poter riconoscere qualcosa di mio nelle strette vie del centro, per poter fissare un ricordo nelle poche stanze illuminate che mi avevano visto bambino. Per molto tempo, poi, Firenze ha rappresentato tutto ciò che non andava nella mia vita: le amicizie svanite in una sera di settembre – ero diciannovenne, allora – la solitudine degli anni perduti a dimenticare la vita, a guardarla passare con la consapevolezza di non stare affatto progredendo, di stare perdendo giorni che non sarebbero più tornati.

In questo pomeriggio di primavera ricolmo di sonno – la sopravvivenza al pranzo di Pasqua si rivela sempre estremamente complessa (poi verrà la sera e porterà un altro concerto nel solito locale troppo chiuso del centro, verrà la sera e riporterà la vita, la voglia di muoversi, ma al momento rimango adagiato sul mio iceberg con la mia malagrazia da tricheco troppo cresciuto) – le casse dello stereo rimandano Rien ne va plus.  L’amore occupa i capillari molto lento/mediando la ragione con un nuovo sentimento canta Ruggeri e forse, penso, è così che mi sento nei confronti di Firenze, come se silenziosamente, negli anni, l’amore per questa città mi avesse pervaso lentamente, senza che me ne accorgessi fino a questi ultimi mesi. In fondo, ho iniziato ad amare davvero Firenze in due momenti: in primo luogo, quando ho cominciato a percorrerla in macchina, un anno fa, quando fui obbligato ad abbandonare la mia pigrizia da patentato con la paura del traffico per via dei sempre maggiori impegni musicali che richiedevano il trasporto del contrabbasso. Fu allora che iniziai a memorizzare i nomi delle strade, ad associarli ai volti delle persone che vi avevo incontrato, ai ricordi. Fu allora che compresi che forse non vi è amore possibile senza una conoscenza precisa della toponomastica, senza sapere a quale frammento di città associare ogni sentimento. E dunque imparai che mi piaceva crogiolarmi nella malinconia nel lungo cammino che da piazza Ghiberti, attraverso via dei Macci, porta a Sant’Ambrogio, poi in via Pietrapiana e infine verso il Duomo; seppi che la felicità aveva le note dei Doors su viale Volta, mentre abbandonavo le voci di un’amicizia troppo breve. Riconobbi nel Giardino delle Rose, nella lunga ascesa per raggiungerlo, la meta dei miei primi amori e nella biblioteca delle Oblate il luogo dove avevo amato perdermi nelle vite degli altri nei pomeriggi d’inverno. E compresi infine il privilegio di Adamo (Genesi, 2,19), quello di poter dare un nome a ciò che lo circondava, facendolo uscire dall’indistinto e renderlo, in qualche modo, “suo”.

In seguito, iniziai a scrivere, a recuperare i ricordi, a metterli su carta. Ed è forse scrivendo che ho avuto infine la consapevolezza di essere legato a questi luoghi, di poter associare alle pietre di questa città tutti i frammenti della mia vita. Passando in Piazza della Vittoria, qualche settimana fa, ho ripensato agli anni del liceo, a quell’andare e venire sotto quei pini in un’adolescenza di buone letture – allora le estati erano scandite dai libri, l’Ulisse a sedici anni alle terme, Anna Karenina e I fratelli Karamazov a diciassette, a diciotto il mio amato Stendhal, Guerra e Pace, Delitto e castigo – mentre mi preparavo a una vita che immaginavo facile – dicevo, allora, di aspirare ad una tranquillità borghese, desiderio presto tradito dalla mia naturale inquietudine. Pensavo, in quel mattino di marzo ancora freddo, di aver letto troppo presto i Russi, troppo presto per poterli comprendere appieno; è necessario vivere per poter capire i dilemmi morali di Dostoevskij, non è certo nel mondo protetto del piccolo liceo classico della Firenze bene che si può intuire il senso di precarietà da cui nascono i dialoghi notturni tra Ivan e Aleksej Karamazov sull’assenza di significato della vita. Eppure, anche quella precarietà l’ho imparata a Firenze, in seguito, mettendo in dubbio il mio naturale istinto a un ordine razionale del reale di fronte alla sofferenza nelle stanze d’ospedale.

E dunque, mentre la stanchezza pomeridiana lentamente svanisce (credo in ogni caso che non mangerò nulla stasera), concludo che no, non voglio più fuggire, non voglio più sognare Parigi, le Antille, Roma. Ho imparato ad amare Firenze.

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