Irene a Montepulciano – Frammenti di Aprile

Aprile 2018

Irene aveva occhi verdi, quella sera dopo l’ultima prova prima del concerto. Avevamo suonato l’Incompiuta di Schubert per l’ennesima volta, celebrando l’impossibilità di vivere sotto il peso della storia, e rimettendo a posto il flauto mi invitò a prendere qualcosa con lei. Veniva da un piccolo paese vicino ad Atene, ma quella notte in piazza Santo Spirito sui gradini della chiesa con una bottiglia di birra non aveva voglia di dare ascolto alle mie elucubrazioni di antico studente di liceo classico sui frammenti di Saffo o sull’Antigone. Parlava della sua terra, della sua lenta morte.

“Oggi è il 4 aprile – mi disse – Nel 2012, in questo giorno, Dimitris Christoulas si è sparato in piazza Syntagma, lasciando un biglietto in cui accusava il governo collaborazionista per la sua connivenza con la Troika, con i tedeschi. Per molti anni dall’inizio della crisi in Grecia abbiamo vissuto nel rischio della morte improvvisa – la morte improvvisa, così chiamavano la chiusura rapida di interi pezzi dell’apparato pubblico che gettava sulla strada centinaia di persone come se fosse una sorta di malattia che colpisce senza  un motivo e non un progetto cosciente appoggiato dalle nostre classi dirigenti. Abbiamo visto il fumo delle stufe a carbone invadere le strade di Atene – troppo costoso era diventato accendere i riscaldamenti per affrontare l’inverno – eppure ancora sembra che non abbiamo sofferto abbastanza, quasi che tutto questo, i tagli salariali, la necessità di fuggire, il tasso di suicidi raddoppiato dall’inizio della crisi, non sia che una pena per qualche colpa oscura commessa dal popolo.”

Rimasi in silenzio, Irene. Forse sapevo cosa risponderti, che in fondo tutti, non solo i Greci, eravamo stati traditi dai cantori del progresso che negli anni Novanta garantivano che il futuro avrebbe portato tutto ciò che desideravamo e che non c’era da preoccuparsi. Ma tu non volevi essere consolata, compatita – avevi accettato il tuo destino, mi dicesti il giorno seguente – guardavamo la valle che si stendeva sotto Montepulciano e di nuovo sembrava possibile comprendere il gioco di Dio, sapere se realmente ci avesse abbandonato.

“Stando qui sembra che tutto svanisca – dicesti – Il passato, il futuro. Qui tutto si confonde, tutto vive di un presente in cui puoi ritrovare i tuoi sogni di bambino e le disillusioni della giovinezza, in cui tutto sembra avere infine un senso nella contemplazione, nel silenzio.”

Ti ascoltavo e pensavo alle mie illusioni. Clément Rosset era morto a marzo parlando del velo di fantasia di cui ricopriamo la nostra vita per non vederne l’orrore, la tragedia, predicando la gioia nell’accettazione del proprio destino. Per troppo tempo ero corso dietro a illusioni che dicevano che in fondo gli altri si sarebbero comportati esattamente come prevedevo e che potevo aspettarmi qualcosa da loro, dal mondo, dalla vita. Avevo seppellito quelle aspettative, Irene, avevo imparato a sorprendermi dell’irrazionalità del reale, dagli eventi che non rientravano nella mia capacità di previsione ed ero stato infine felice.

Ed ero felice con te, in quel mattino in cui Montepulciano brillava come due anni prima, quando affrontando le sue salite con un contrabbasso da trascinare faticosamente avevo incontrato gli occhi di un’altra donna e mi ero scoperto di nuovo capace di innamorarmi. Ero felice con te, ma parlavo d’altro – “Ciò che mi colpisce, della cultura greca – dicevo – è la capacità di usare la tradizione, il mito, per raccontare il presente” – e ti guardavo scuotere la testa affermando che no, non mi seguivi e probabilmente nessuno avrebbe avuto la capacità di tenere dietro alle mie associazioni di idee. Ero felice con te, ma trovai inutile metterti al corrente di ciò – forse per paura di farmi male, ancora, forse perché non era poi una questione così importante.

Alla sera, dopo il concerto, ci separammo con il sorriso che si riserva a chi presto diventerà l’ennesimo passante da dimenticare per non rimpiangerlo. Ma io avevo imparato ad amare le passanti cordiali e le buone storie e tu avevi saputo raccontare.

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