Canto di Persefone e di una stazione di periferia

Do I dare
disturb the universe?

(T.S.Eliot, The Love Song of J.Alfred Prufrock)

Sulle sponde della giovinezza venne Aprile
i treni partivano all’alba dalla stazione di periferia
e tu ti alzavi tardi, aprivi la finestra
e lasciavi che il profumo dimenticato dei sogni
svanisse nel primo calore del mattino
come l’illusione dell’amore nelle conversazioni della sera
quando scoprivi l’indifferenza negli occhi delle donne
che non chiedevano più a quale fermata saresti sceso
dove avresti viaggiato per beffare la morte
– dietro lo schermo verdeazzurro di una bottiglia di birra
bianca prora erano allora i tuoi occhi
che solcavano il mare alla ricerca
della parola che avrebbe aperto all’invenzione
di un amour fou da sacrificare ai giorni degli uomini.

Gli alberi che oscillavano sulla facciata della stazione
spazzando il mezzogiorno, la sua gioia timida dopo tanto gelo
sapevano che la bellezza non avrebbe salvato il mondo
e che Dio – cravatta azzurra e occhi tristi
salpato a Ottobre con una valigia di stelle
non avrebbe più fatto ritorno.
Spesso nella primavera dei secoli
aveva indossato il volto infranto dell’esule
e in sere di carta nel rumore dei treni
sulle sponde lontane di altri universi
aveva scordato l’orrore dell’uomo
scrivendo nuovi sogni di giustizia sociale.
Eppure quel giorno chi lo vide partire
lo sentì infine sconfitto, desideroso soltanto
di annegare il libro delle sue illusioni
nella vastità inutile della biblioteca di Babele
in un mattino di vento sulle rive del mare.

Gli alberi sapevano e tacevano
pigri custodi del vano vagare umano
e nei pomeriggi d’Aprile, quando un’estate precoce avvolse Firenze
ti specchiasti nel loro splendore inutile
– nelle gemme di Marzo di altre giovinezze
in notti in cui ancora tacevano le voci dei morti
i loro canti di Spagna, di altre guerre civili
avevi creduto di poter solo vivere
senza produrre, senza morire
senza sprecare gli anni a ricercare
un senso del dolore nell’ultimo tramonto
e uno sguardo di donna nel vento del mattino.
Ma i sogni in technicolor si spensero a sera
e chi li aveva creati non abitava più là
nella vecchia casa vicino alla ferrovia
– era andato lontano in un giorno di sole
a inventare nemici per l’impero in declino.

Lei viveva al terzo piano e nelle sere d’inverno
piangeva un padre scomparso alle soglie dell’adolescenza
e un altro Ulisse partito in un mattino di Settembre
per non fare ritorno alla fioritura del ciliegio.
Quando ti incontrò, dopo l’ultimo temporale di Maggio,
coltivavi un’altra assenza da tacere ai suoi occhi azzurri
– gli uomini andavano e venivano nella stazione di periferia
e non si fermavano mai a chiedere se in fondo
vi fosse un senso diverso da quell’eterno errare
da quell’eterno fuggire dal tuo sguardo di bambino alle finestre del tempo
che reclamava soltanto
un frammento di umanità.

Con la sua grazia discreta
portata senza rimpianti per le primavere perdute
lei ti parlava dei suoi giorni felici
– ascoltasti la sua storia perdersi nell’inganno delle sere
in cui credeste di poter camminare insieme verso le radici della notte
là dove il vento sussurra ancora le fantasie dell’infanzia
e dove i sogni non scompaiono nella banalità dell’alba.

Ma poi partì anche lei, quando il vento di Ottobre
si levò a cancellare il ricordo dell’estate morente.
Qualcuno la vide salire sul treno di mezzanotte
con uno zaino blu, sotto il braccio
un volume di pagine bianche su cui immaginare
le storie dell’uomo con i baffi nello scompartimento 22
il fumo della pipa dei suoi vecchi nel dopoguerra.
Qualcuno la vide rimanere là
ormai nient’altro che una passante
nascondere il suo silenzio settembrino nel rumore delle rotaie
diretta verso altre oscurità
dove ancora gli uomini ricordavano
il sapore dell’infinito.

In una sera inquieta in salotti bo-bo in piazzale Michelangelo
un volto di donna ti parlò di lei
– ai confini del mondo
aveva fermato i suoi passi nella casa sul mare
da cui Ade il pescatore partiva al mattino
per abbandonare le vittime dell’universo all’abbraccio dei flutti.
La andasti a cercare, la tua cetra
accordata al suono di altre primavere
sotto le tue braccia sottili di anziano
ma lei non volle tornare
e nel sapore aspro dell’ultimo melograno
le dicesti addio come si salutano i sogni
come si saluta la speranza alla fine dell’adolescenza.

Al mattino ti alzasti tardi, apristi le finestre.
Fuori, la vita appariva e svaniva
sulle sponde della giovinezza nella stazione di periferia.

Aprile-maggio 2018

Come al solito, dietro a un lavoro complesso (e ancora non so quanto riuscito) come questo vi sono molte conversazioni, molti volti, molte persone che hanno deciso di regalarmi un frammento delle loro storie e di confrontarsi con me e arricchirmi. I ringraziamenti per questo scritto vanno a due persone soprattutto: a Lucia, che mi legge e che dovrebbe imparare a farsi leggere, poiché il suo punto di vista sul mondo non può essere celato quando è espresso con tanta bellezza, e a Francesca, che non mi legge e che dunque non saprà mai quanto siano state importanti per me nella redazione della parte centrale di questo scritto la sua intelligenza e le sue osservazioni sulla precarietà dei rapporti.


Lascia un commento