Prime pagine stampate da tre-quattro anni. Hanno un bell’aspetto. Forse è l’inizio di qualcosa, forse mi stuferò di tutto fra due giorni. In ogni caso, sono contento. E visto che stamattina mi sono ricordato che è da un po’ di tempo che non metto la firma su qualcosa, chiudo con data e firma.
In calce ci sono la data del 3 aprile 2013 e una firma, la mia. Ritrovo questo appunto in questo giugno febbrile fatto di studio, di concerti, dell’impressione di non riuscire a fermarmi per fissare su carta lo scorrere rapido della mia esistenza. In fondo, non mi dispiace; ieri mattina cercavo di esorcizzare la stanchezza con l’ascolto della riduzione teatrale di Tigre en papier di Oliver Rolin e là si diceva che si scrive con ciò che uccide, con ciò che ferisce. Forse, adesso è esattamente questo che sta avvenendo, mi sto facendo attraversare dalla vita, dai sentimenti, da ciò che può uccidere o ferirmi; verrà poi il tempo in cui le emozioni si sedimenteranno e forse potrò scriverne, ma probabilmente questo momento di pura esistenza senza racconto, questo momento in cui riesco a percepire ciò che mi circonda senza bisogno di dovergli dare un senso, è un passaggio necessario. Quando avevo quattro anni, mio padre mi leggeva sempre un libro; parlava di un gruppo di topi che d’estate raccoglievano provviste per l’inverno. Uno di loro non lavorava e, quando gli chiedevano cosa stesse facendo, dichiarava di star prendendo il sole per le giornate d’inverno, i colori per il grigiore di dicembre, i profumi dell’estate per il gelo di febbraio. Quando l’autunno era ormai terminato da tempo, i topi si nutrivano, ma erano tristi, avvertivano la nostalgia dell’estate e allora si rivolsero al loro compagno che aveva raccolto le sensazioni della bella stagione e questi iniziò a raccontare. Raccontò del sole di giugno, del suo calore, raccontò del rumore delle cicale nelle pinete vicino al mare in quei pomeriggi d’agosto in cui tutto appare perfettamente immobile (in altre estati, in pomeriggi come quelli, a diciott’anni lessi Montale, al piano terra della casa di mio nonno vicino alle sponde dell’Adriatico – fuori, la vita sembrava attendere i miei sogni, le mie speranze e non sapevo ancora che presto avrei conosciuto per la prima volta il sapore amaro della disillusione). Raccontò delle loro esistenze, dei loro amori nei pomeriggi di luglio, di ciò che aveva dato loro la stagione estiva e improvvisamente gli altri topi furono felici, felici di aver vissuto, felici di potersi riscaldare nelle giornate d’inverno al tepore tenue del ricordo e forse del rimpianto. Forse è quello che mi sta avvenendo ora. Sto raccogliendo emozioni, come il topo della storia, senza maturarle, senza razionalizzarle, senza avere bisogno di assegnare nomi, descrizioni, etichette al magma indistinto dell’esistenza. Verranno i giorni d’inverno, in cui la quiete e forse la tristezza mi porteranno a narrare di questa primavera, ma adesso è probabilmente il momento in cui il mio sguardo di bambino può farsi permeare dalla vastità dell’universo senza farsi domande, in cui mi posso ancora illudere di ritrovare l’infinito presente della mia infanzia in cui passato e futuro non esistevano, vi era solo il fluire dei giorni sempre uguali e l’età adulta sembrava una follia – non saremmo mai cresciuti, non noi, e pensare agli uomini che saremmo stati era in fondo un gioco, un sogno che non credevamo sarebbe potuto mai divenire reale.
E dunque mi ritrovo a parlare d’altro, a raccontare d’altro. Mi ritrovo a pensare all’uomo che ero a ventidue anni, che si compiaceva dei suoi tentativi di scrittura e che in fondo non aveva un’esistenza da raccontare perché ciò che si muoveva intorno a lui poteva essere sintetizzato da quel verso di Dalla, “poca vita, sempre quella”. A volte vorrei incontrare ciò che ero allora, sapere se in fondo fossi felice in quell’immobilità in fondo tranquillizzante, dove niente avrebbe potuto destabilizzarmi. A volte vorrei incontrarlo per vedere se davvero io sia cambiato da allora, se davvero la percezione di mutamento che avverto rispetto agli anni in cui la giovinezza mi sembrava finita da tempo, avvolta nelle spire di un’età adulta che sembrava cristallizzarmi in una fissità che eliminava qualsiasi possibilità di evoluzione e di fuga, sia corretta. Probabilmente, mi renderei conto della verità di quanto diceva Tabucchi, che cioè vivere è raccontarsi e che io in realtà non conosco ciò che ero a ventidue anni, conosco il racconto che della mia esistenza facevo allora, la percezione letteraria che avevo di essa e che non necessariamente coincideva con una realtà che certo non era riducibile alla semplificazione necessaria per poterla narrare e per poterle dare senso. Ci raccontiamo e ci inganniamo, mi dico, isoliamo dallo scorrere indistinto dei giorni pochi momenti e crediamo che siano ciò che può spiegare tutta la nostra esistenza, mentre forse il senso a cui aneliamo è nel fluire, in quel fluire che non potrà mai essere colto dalla letteratura, che in fondo risponde all’esigenza della nostra razionalità di rendere l’uomo misura di tutte le cose e di rimpicciolire, come il fanciullino pascoliano, ciò che è troppo grande, come la vita, l’amore, le interazioni confuse che occupano il nostro presente, per poterlo ammirare.
Forse, mi dico, adesso mi sto abbandonando a quello scorrere indistinto. Domani tornerà il momento di isolare dei momenti da quel fluire, di cercare di ridurlo alla categoria della felicità, della disillusione, del sogno infranto, così da fissare qualcosa che potrà tornare utile nei momenti di solitudine per sapere di aver vissuto, forse, un tempo. Ma ora, forse, è il momento di farsi permeare dall’esistenza. È il momento di fare le scorte per l’inverno.
E invece scrivo, pur dicendo di non voler scrivere e l’unica giustificazione che ho è in quel verso ormai abusato di Whitman: “Do I contradict myself?/Very well, then I contradict myself,/ (I am large, I contain multitudes)”. Ma del resto, se vivere è raccontarsi, forse anche la scelta di non raccontare e fermarsi per raccogliere sensazioni che potranno poi divenire racconti, poesie, frammenti deve essere in qualche modo narrata. In ogni caso, il libro dell’infanzia cui si fa riferimento nel testo, benché ne abbia riportato la trama in modo talora infedele, è “Federico” di Leo Lionni. L’intervista a Tabucchi sulla vita come narrazione continua di se stessi è reperibile su Youtube a questo indirizzo e le parole esatte che egli usa sono queste:
“Dobbiamo raccontarcelo, anche, il nostro tempo. Noi in fondo non facciamo altro che, anche senza scrivere, anche chi non scrive, raccontarci a noi stessi, in silenzio, altrimenti tutto quello che viviamo non avrebbe senso, se noi non ce lo raccontassimo anche mentalmente. Ognuno ha il suo modo, se lo deve raccontare.”
Mi permetto semplicemente di aggiungere che talora per raccontarci abbiamo bisogno di essere raccontati, di vederci raccontati attraverso lo sguardo degli altri. In questa fase della mia vita, spesso ho modo di ascoltarmi raccontato da altri e dunque ringrazio chi mi permette, attraverso la sua narrazione di me, di comprendere quanto sia illusoria talora la pretesa oggettività con cui credo di guardarmi e come, isolando dal mio presente e dal mio passato elementi diversi da quelli a cui abitualmente do peso io, la mia storia possa assumere dei tratti diversi da quelli che sono abituato ad assegnarle.
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