Mi sono spiato illudermi e fallire
abortire i figli come i sogni
mi sono guardato piangere in uno specchio di neve
mi sono visto che ridevo
mi sono visto di spalle che partivo
F.De André, I. Fossati, Anime Salve
I marinai infine tornarono, a inizio giugno. Quando scese dalla nave, Ulisse aveva il mio sguardo di bambina e le mie speranze di un tempo. Aveva i sogni che mi aveva rubato in quella sera di ottobre in cui era fuggito lontano con gli occhi scuri della mia giovinezza e il suo desiderio di libertà – diceva che lo avevano obbligato a partire per la guerra, parlava di un luogo lontano di cui non ricordo il nome. Nelle notti d’inverno avevo atteso il suo amore – le lettere che mi mandava erano sempre più stanche e a poco a poco lo dimenticavo, dimenticavo il rumore dei suoi passi sulla spiaggia di Itaca, in quella notte silenziosa a diciassette anni, dimenticavo i suoi racconti in riva al mare, dimenticavo la sua voce che chiamava Telemaco quando andava a rubare i fichi nell’orto del vicino, nei pomeriggi d’estate in cui mi stendevo sotto l’ombra del vecchio olivo davanti casa per immaginare la vita. Infine non scrisse più e credetti che fosse morto – nel palazzo, gli uomini passavano e lasciavano uno sguardo, un rimpianto, un libro di poesie; io li compiacevo in notti in cui per breve tempo credevo di poter fermare nuovamente un frammento dell’ingenuità della mia adolescenza, ma poi si rivestivano e uscivano e portavano con sé i loro cappotti militari, i loro abiti di marinai, i loro biglietti per navi che li avrebbero condotti altrove, dove non mi avrebbero potuto più insegnare ad addormentarmi al sole nella primavera di Itaca o a riconoscere la direzione dei venti sul Mediterraneo. In fondo andava bene così. A volte sentivo di rimpiangerli, ma non li fermavo mai, aspettavo che la porta si chiudesse e iniziavo a fantasticare sul prossimo viandante che si sarebbe fermato per raccontarmi la sua storia e che sarebbe ripartito, ancora, senza lasciare traccia.
Avevo incontrato Thanos all’inizio dell’estate. Cantava le canzoni di quella guerra lontana di cui tutti parlavano e nessuno sapeva niente, di quella guerra alla quale – dicevano – anche gli Dei stavano partecipando – la loro invidia per gli uomini, per la loro vita breve colma di felicità e di disperazione, del disperato anelito all’infinito e ad un senso che forse non esisteva, li aveva fatti uscire dalla loro immobilità eterna, in cui tutto era già scritto e stabilito, per cogliere un frammento di quel destino mortale che era loro precluso per sempre. Thanos cantava di Patroclo, ucciso da Ettore nell’assalto alle trincee a fine Novembre. Aveva indossato le medaglie del sergente Achille ed era caduto nel fango ucciso da un colpo di baionetta, il volto assorto nella visione della sua ultima notte d’amore – mentre l’immagine del corpo di Achille nudo nell’oscurità in una locanda dimenticata dalla notte turca veniva lavata via dai suoi occhi dall’eterna immobilità degli Dei, Ettore gli tolse le medaglie, le indossò e a sera nella città assediata dietro un boccale di birra sedusse le donne con il racconto del suo eroismo inutile, della sua crudeltà. Ascoltavo Thanos nel bar Thessaloníki, dietro alla piazza principale. Entravo a tarda sera, mi sedevo in fondo, a volte da sola, a volte con un uomo incontrato per caso durante le mie peregrinazioni al porto e mi perdevo nei suoi sogni inventati per dare un senso alla vita, nella sua follia di bambino che cercava di donare alla morte un frammento di bellezza per renderla meno inutile, meno ininfluente nello scorrere infinito dei giorni e delle stagioni. Una sera lo attesi all’uscita. Finiva di suonare tardi e spesso era ubriaco; se ne andava di fretta, a inventare ancora le vite che non conoscevamo, a creare le parole che ancora ci avrebbero illuso che in fondo altrove avremmo potuto essere felici e che semplicemente sarebbe bastato prendere la prima nave, incontrare un uomo dagli occhi tristi, ascoltare a sera i racconti del mare. Volevo chiedergli se credesse davvero in ciò che diceva, se realmente pensava che in tutto ci fosse bellezza, che tutto avesse un significato.
Chiuse la porta del bar e si incamminò nella notte zoppicando leggermente – il suo vestito grigio sotto la luce dei lampioni sembrava sbiadirsi, la sua cetra, che ondeggiava lievemente sulle sue spalle, sembrava conoscere a memoria la strada di casa e lui forse si iniziava già ad assopire senza più fermarsi a guardare stupito le grandi ville sul viale che conduceva al mare come aveva fatto quel giorno al suo arrivo a Itaca – erano passati vari mesi da allora – e come aveva fatto per molto tempo fino a che non era riuscito a collocare ogni angolo in un ricordo e associarlo a un incontro fugace con un volto di donna, a una rissa di ubriachi, a una serata di stanchezza in cui si era messo a suonare ai margini della strada finché non era intervenuta la polizia per farlo smettere. Lo seguii. Abitava al terzo piano nella pensione del vecchio tebano cieco – diceva di essere stato un re, un tempo, diceva di aver sposato sua madre e ucciso suo padre, nessuno gli credeva, tranne forse Thanos, che, si mormorava, stava scrivendo un canto sui suoi racconti folli. Entrò e si sedette nel piccolo salotto – Edipo, il proprietario, sonnecchiava dietro il banco della reception, il televisore acceso sulla replica di una partita dei Mondiali; sopra lo scaffale delle chiavi c’era una bandiera della Grecia e una foto autografata della squadra che aveva vinto gli Europei nel 2004. Vicino alla sua poltrona, due giornali – il governo Tsipras annunciava nuovi tagli, la Troika prometteva di avere a cuore il bene dei cittadini greci, la solita storia da dieci anni, da quando Ulisse era partito per quella guerra lontana. Edipo russava, la testa reclinata in avanti – era un uomo corpulento e non doveva essere stato particolarmente bello neanche in gioventù. Aveva perso una gamba – lui sosteneva che gliel’avevano dovuta amputare per via di una pallottola dei comunisti durante la Guerra Civile, l’opinione comune è che non fosse sufficientemente vecchio per aver combattuto negli anni Quaranta e quindi ritenevano molto più probabile che si trattasse dell’esito di qualche regolamento di conti nella notte tebana. Cercai di non svegliarlo, di non lasciarmi avviluppare dalla coltre di storie palesemente inventate che raccontava a ogni individuo che si avvicinasse a lui e fissai gli occhi di Thanos, che si era voltato verso di me appena ero entrata, il suo sguardo più stanco che curioso, il suo corpo abbandonato sul divano in attesa della risposta alla domanda silenziosa della mia presenza.
Parlaste molto, quella notte; di cosa, Thanos non me lo disse mai. Al mattino prese di nuovo il mare – forse di nuovo aveva bisogno di vedere luoghi che non erano consumati dall’odore usuale dei ricordi, forse semplicemente aveva deciso da tempo la data della partenza. Tu apristi le finestre sul mare della camera di Ulisse, ti facesti portare un telaio e nella solitudine di un’altra estate disegnasti sul tessuto le vite che non avevi potuto avere, i volti e le storie che avresti conosciuto se la tua giovinezza non fosse fuggita con lui in quel giorno di vento giù al porto, gli uomini che si sarebbero fermati, invece di svanire nel silenzio dei letti rifatti dalla domestica al mattino senza fare domande. Dissero – forse fu Thanos a inventarlo – che di notte disfacevi la tela perché nessuno ti potesse sposare, ma in realtà essa si allungava, giorno dopo giorno, si allungava il racconto delle esistenze non vissute, dei rimpianti e a volte ti dicevi che era andata meglio così, che in fondo la maturità consiste nell’accettare un ruolo – la moglie, la vedova, la donna che fila – che elimini tutte le potenzialità che avevamo immaginato nella nostra infanzia. A volte forse invece guardavi il mare e pensavi alla partenza che ti avrebbe sottratto all’eutanasia dei sogni, pensavi che sarebbe tornato il giorno in cui avresti potuto ricominciare a giocare con la realtà, a inventarla, come facevi quando eri bambina con la vecchia nutrice che ti raccontava storie di fantasmi o, ancora immersa nello splendore vano dei tuoi vent’anni, quando cantavi a Telemaco per farlo assopire di dolori che non avevi mai conosciuto e di amori che non avresti avuto mai.
Quando Ulisse tornò, gli consegnasti la tua tela e i tuoi sogni. Nella notte di Itaca, ubriaco delle finzioni di cui aveva rivestito le sue stagioni di pellegrinaggio, nei bar del porto parlò di Nausicaa, dei suoi sedici anni che lo scrutavano in silenzio mentre raccontava i suoi viaggi a sera nel palazzo di suo padre (si era innamorata di lui? gli chiesero, lui non lo sapeva o forse non voleva rispondere), parlò del cieco Polifemo, dei suoi massi scagliati contro il silenzio degli Dei e di Calipso, che per qualche tempo lo aveva fatto sperare nella possibilità dell’amore.
Quando tornò a casa ti cercò, ma tu eri partita. Avevi preso l’ultima nave della sera, per andare a vivere le vite che non avevi vissuto e che ti eri stancata di immaginare.
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