Sentimentalismi superflui di una sera d’estate

“Quando ho finito l’università, il momento che sono uscito nel mondo, ho avuto un momento come di mancanza di gravità che non sapevo com’ero girato. […] Non sapevo niente. […] Non c’era nessuno, fuori, che mi dava dei voti mi diceva Sei andato bene, sei andato male. Nessuno, non c’era.”

P.Nori, “Siam poi gente delicata – Bologna Parma, novanta chilometri”

Le sere d’estate sull’Adriatico producono una curiosa sospensione del tempo, come se improvvisamente mi potessi distaccare dalla mia vita e guardarla da fuori, come se in realtà queste ore non stessero davvero scorrendo e io fossi in un luogo in cui posso semplicemente aspettare, guardare, capire ciò che è accaduto in questo ultimo anno e cercare di immaginare cosa avverrà dopo settembre, a cosa penserò ad agosto, tra dodici mesi, di fronte a questo stesso mare. Ed è strano osservare come improvvisamente la mia esistenza abbia iniziato a svolgersi ad una velocità che mai avrei immaginato, nelle estati dei miei ventitré anni in cui leggevo Mutis e sognavo di andare lontano per sfuggire ai giorni che mi sembravano ormai sempre uguali, senza alcuna evoluzione possibile. È strano osservare come i volti a cui penso in queste sere in riva al mare, le voci che ricordo, le donne che desidero non coincidano affatto con quelli che intravedevo nelle acque di un agosto lontano solo dodici mesi e come in poco tempo io abbia perso ancora una volta tutto ciò che avevo e ricostruito di nuovo amicizie, amori, sicurezze. Un anno fa attendevo risposte diverse dalle passeggiate pomeridiane, da quelle passeggiate in cui la velocità con cui calava la notte misurava la distanza che mi separava dal ritorno dell’autunno, e mi sorprendo a pensare che forse tra un anno di nuovo tutto sarà cambiato, di nuovo la mia naturale inquietudine che porta alla precarietà mi avrà sopraffatto e i volti di oggi non saranno che ricordi sbiaditi nella nebbia di quei mesi di passaggio che hanno separato la mia laurea dall’inizio del lavoro in specializzazione.

In valigia ho messo un libro di Modiano. Due anni fa ero sedotto dalle situazioni che rappresenta, da quell’incontrarsi brevemente e poi perdersi che forse è l’unico modo per non essere delusi dalle relazioni, per non farle uscire dall’alone di sogno di cui il nostro naturale bovarismo le riveste. Oggi no. Oggi non sono interessato ad avere rapporti avvolti da un’illusione di perfezione o che rispondano ai rigidi canoni che la mia razionalità impone. Oggi voglio essere deluso, perché in fondo solo l’immaginazione non delude e non so più cosa farmene dell’immaginazione. Oggi voglio vedere che in fondo sì, le persone che mi circondano non sono come vorrei, ma è proprio per questo che voglio che camminino con me. Oggi voglio fermarmi a dire agli occhi azzurri di una donna in un pomeriggio d’estate che le voglio bene, semplicemente perché è la verità, senza pensare alle implicazioni che questo potrebbe avere, senza pensare se lei risponda ai criteri razionali che spesso ho sovrapposto alle relazioni. Oggi voglio dire alle persone che mi camminano al fianco che sto bene con loro e sapere che mi basta questo, questa sospensione della ragione che avverto quando sono in loro compagnia, questo istintivo abbandono, per desiderare che continuino ad esserci per me, senza fare ulteriori domande o preoccuparmi del futuro.

No, decisamente non capisco più Modiano. E nella sera che scende, guardando le acque calme dell’Adriatico perdersi verso l’orizzonte – al di là, mi diceva mio padre nelle primavere della mia infanzia, c’è la Croazia; c’era la guerra, allora, e lui era triste, perché non sapeva se quei luoghi in cui era più volte tornato negli anni Ottanta sarebbero sopravvissuti, se gli uomini che aveva incontrato mi avrebbero potuto raccontare, in un altro viaggio, l’estate di Dubrovnik – mi dico che in fondo mi piacerebbe, nel mare del prossimo agosto, immergere l’attesa per gli stessi volti che attendo oggi, le speranze per le stesse persone che camminano al mio fianco oggi e non mi era mai capitato, avevo sempre nutrito il desiderio di qualcosa di cui avvertivo la mancanza, di altre persone che ancora non conoscevo, di altre storie che ancora non avevo udito, di altri volti. E, anche se non ho risposte sul futuro e anche se forse l’anno che incombe cambierà di nuovo tutto, mi dico che va bene anche così, mi basta osservare che ho imparato la stabilità nei rapporti e che non ho più paura della felicità.

Questa sorta di resoconto sullo stato della mia vita a metà dei miei ventisette anni deve ovviamente molto alle persone che hanno deciso di affrontare con me, istintivamente e senza troppe domande, questi mesi di transizione, chi facendomi tornare a casa alle cinque del mattino con una frequenza che non avevo sperimentato neanche a diciannove anni, chi scrivendomi lettere bellissime e interpretando le mie canzoni come nessuno aveva mai fatto, chi affascinandomi in sere infinite con la sua vita e le sue storie e avendo l’incoscienza di innamorarsi di me. Spero che chi si riconoscerà nelle mie parole non se ne abbia a male e che finalmente i miei rapporti possano superare la soglia psicologica dell’anno per darmi una stabilità di cui da troppo tempo ho bisogno. È vero, come scrive Nori, che è destabilizzante a volte che nella vita nessuno ti dica se stai agendo in modo corretto o meno, se tutto durerà oppure svanirà nel nulla come al solito. Ma ora, forse, sono un po’ felice. E mi basta questo.

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