Credo che fosse la fine di marzo. La incontrai per caso, in una di quelle sere finite troppo presto in Santo Spirito in cui l’alcol rende più sinceri e la stanchezza permette di ignorare le conseguenze che la cessione di ogni frammento della nostra storia può comportare. Mi disse di amare Dalla – “Ma so poco di musica, sai” aggiunse quando le comunicai di essere contrabbassista – di ascoltare la lirica e di avere una certa predilezione per Maria Callas. E alla Callas, per certi versi, assomigliava, con i suoi tratti mediterranei affilati, con i capelli scuri che le ricadevano sulle spalle, con il suo definirsi diva e vestirsi di conseguenza, in una curiosa teoria di abiti floreali, di occhiali troppo grandi e di cappelli vistosi. Aveva paura di essere abbandonata e questo fu il motivo, probabilmente, per cui la persi, tempo dopo – iniziammo a sentirci meno a causa dei miei concerti, del suo lavoro e di quella mia tendenza a dimenticare, di quella tendenza all’inquietudine che mi porta costantemente ad andare oltre, a ricercare altri volti e a lasciar sbiadire progressivamente i rapporti verso cui non avverto più lo slancio di un tempo e lei interruppe ogni comunicazione e ci smarrimmo senza rimpianti se non quello di non aver mai avuto il coraggio di conoscerci fino in fondo.
B. – il nome riporta alla luce le poche conversazioni che avemmo, “Tra qualche giorno parto, vado a casa, al Sud, poiché appartengo al Mediterraneo” mi comunicò mentre il consueto suonatore di bonghi aveva preso posizione al centro della piazza verso l’una di notte – mi raccontò di scrivere molto, poesie, racconti, ricordi, ma di bruciare sempre tutto subito dopo averlo redatto in una forma definitiva. “Non voglio che qualcuno legga ciò che ho scritto. Quando scrivo un racconto o una poesia, ci metto dentro qualcosa che appartiene solo a me, al mio punto di vista. Ci metto dentro i miei ricordi, le mie sofferenze, il mio modo di vedere la realtà ed è impossibile che qualcun altro, leggendo, possa ritrovare nei miei scritti esattamente ciò che io avevo desiderato inserirvi. Inevitabilmente, tradirà. Inevitabilmente tenderà a rispecchiare nelle mie parole la propria storia, volti che non ho mai conosciuto, dolori che non ho mai sofferto e quindi deformerà ciò che ho scritto per renderlo suo. E questo non posso sopportarlo. Non posso sopportare di perdere la purezza delle mie parole. E dunque brucio tutto prima che qualcuno possa leggerlo. Credo che sia necessario.”
Le dissi che non ero d’accordo, che a me piaceva l’idea che ciò che avevo realizzato, una volta messo a disposizione della sensibilità altrui, smettesse di appartenermi per diventare parte del vissuto di altri, a cui avrebbe comunicato qualcosa di diverso da ciò che io avevo desiderato dire. Amavo che le osservazioni di un lettore attento mi mostrassero significati delle mie parole che io non avevo mai immaginato, che evocassero, a partire dai miei scritti, ricordi che non mi appartenevano. E pensai a Svevo, agli abbozzi che realizzò per un seguito della Coscienza di Zeno che non vide mai la luce; in quelle pagine, egli auspicava un futuro in cui tutti scrivessero e in cui scrivere non fosse altro che un “esercizio di pulizia”, un modo per riflettere sulla propria vita e darle un senso – forse, in un futuro del genere, gli uomini avrebbero dovuto prendere una decisione simile a quella che mi divideva da B., avrebbero dovuto stabilire se l’estrema sincerità che avevano mostrato nel raffigurarsi dovesse essere condivisa con altri e dunque travisata, modificata, utilizzata per giudicarli negativamente o per ferirli o se l’assunzione di senso che avevano fatto mettendo nero su bianco la loro vita dovesse rimanere una questione privata. In quest’ultimo caso avrebbero bruciato gli scritti e i racconti come faceva B. o avrebbero composto versi su sassi che poi avrebbero gettato in mare a imitazione di Emilio Villa, che annegò nel Tevere molte pietre su cui aveva vergato le sue poesie.
Non riuscii a convincere B. della mia idea e non lessi mai nessuno degli scritti che, con cadenza regolare, distruggeva. Per molto tempo il ricordo della conversazione di quella notte svanì nella nebbia di una primavera di sogni infranti e di occasioni perdute. Eppure, stasera mi trovo a pensare a lei, stasera che un’altra viandante mi racconta la sua storia e mi dice che dobbiamo necessariamente viaggiare, perché viaggiare ci permette di raccogliere sensazioni e di arricchire di luoghi, voci e volti il nostro vissuto e il nostro vissuto è l’unica cosa che realmente ci appartenga. Mi trovo a pensare a lei mentre lascio che le poesie che ho letto, le vicende che ho immaginato o sognato tra le pagine di un altro libro si confondano con le parole della mia compagna di un giorno d’estate e mi rendo conto di stare facendo esattamente ciò che B. mi aveva detto, sto sovrapponendo la mia esistenza a quella di chi mi sta raccontando e forse sto tradendo e deformando la storia che ascolto. E penso che no, B., ancora non sono d’accordo con te. Forse raccontare è rassegnarsi ad essere in parte traditi, ma non veniamo mai traditi completamente. Semplicemente, chi ci ascolta utilizza ciò che proviene dalla propria esperienza e che dunque conosce per dare forma a ciò che gli viene narrato e che non conosce. E con i suoi ricordi reali costruisce un ricordo fittizio, il ricordo di quello che non ha vissuto e che gli è stato raccontato, e questo ascoltare accostando le immagini della propria esistenza per cercare di rendere concreta e comprensibile l’altrui narrazione non è tradire. È, in qualche modo, creare.
La donna che bruciava poesie è una persona che ho realmente incontrato e che, verso marzo, mi ha raccontato la sua storia. Questa storia è stata poi raccontata a Lucia, che con le sue riflessioni mi ha aiutato a comprendere che ascoltare non è tradire, ma creare. L’idea del vissuto e della sua narrazione come le uniche cose che realmente ci appartengano, invece, è di una persona che in questo periodo mi è molto vicina e con cui sto conversando molto.
Per maggiori informazioni su Emilio Villa, il poeta che amava sabotarsi e che diceva di sé “Sono il solo che ha buttato via il meglio che ha fatto”, potete leggere questo articolo di Internazionale di qualche anno fa.
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