“Stanotte è venuta l’ombra
l’ombra che mi fa il verso
le ho mostrato il coltello
e la mia maschera di gelso”
F.De André, I.Fossati “Ho visto Nina volare”
Ricordo le estati della mia infanzia come un periodo di stasi. Il tempo rimaneva immobile, come le navi quando si addentrano in certe insenature della costa per ripararsi dalle correnti, e improvvisamente avevi la percezione che nulla sarebbe mai cambiato, che il tuo volto non avrebbe mai raggiunto lo specchio sopra il lavabo e che avresti sempre continuato a credere che gli adulti avessero tutte le risposte e non ti saresti mai reso conto che in fondo erano solo bambini che giocavano alla vita senza conoscerne le regole. Nelle sere di agosto ti spingevi fino in piazza in compagnia di amici che avresti dimenticato all’inizio dell’autunno e rimanevi là a lasciare il primo sonno svanire nell’oscurità, in un silenzio che iniziava a riempirsi delle storie da raccontare al ritorno. Più tardi l’estate avrebbe portato altro. Notti insonni sulle montagne sopra Torino ad aspettare l’alba in compagnia di una donna e a sentirsi, per la prima volta, adulti. Pagine e pagine di illusioni e disillusioni abbandonate nelle secche di un’esistenza che procedeva a strappi, per brevi slanci, tra le letture necessarie del liceo – Tolstoj, Joyce, l’indispensabile Dostoevskij – i sogni d’amore e, tempo dopo, i libri universitari ad attendere sul tavolo. L’Italia che vince il Mondiale, nel 2006 – allora, nel paese in Abruzzo dove passavo le vacanze, requisirono un’autocisterna e la utilizzarono per andare su e giù nella via principale per i festeggiamenti. Ma a poco a poco i colori si spensero e l’estate non rimase che una questione atmosferica, con pochi effetti sulla mia anima di viaggiatore solitario in anni difficili.
Quando avevo sette anni a scuola mi dissero che non esistevano alberi blu. Allora la realtà aveva ancora i contorni dei sogni vividi di certe notti di primavera, in cui tutto segue regole inaspettate e imprevedibili e dunque cerchi di trovare, prima che il mattino ti restituisca ai tuoi giorni uguali e duri, un senso che ti permetta di dare una forma alle macchie di colore sulla tela, di definire un’immagine a partire dal caos delle linee che si intersecano senza ragione nelle pieghe delle tue peregrinazioni oniriche. Allora tutto era nuovo e doveva essere spiegato e si poteva dunque anche credere che altrove potessero esistere alberi blu e rappresentare tale convinzione sulla carta. “Non esistono alberi blu”, mi dissero a scuola e ancora non sapevo che si trattava di una delle tante convinzioni dei grandi che derivano dall’abitudine e dalla rassegnazione, piuttosto che dalla consapevolezza di aver infine compreso qualcosa del flusso caotico di percezioni e interpretazioni che a volte amiamo chiamare vita. Credetti che fosse vero e lo riferii a mia madre e a una sua amica e quest’ultima osservò con una certa tristezza che avevano iniziato a rubarmi i colori. E altri colori mi furono rubati negli inverni di altri anni. Il mondo sbiadì, mentre mi insegnavano che era necessario accettare l’infelicità, ammettere che forse fino a vent’anni si può sognare, poi è necessario smettere e prendere coscienza della necessaria immobilità della maturità, rinunciare all’amore perché non serve a niente, è altro che regola i rapporti, l’abitudine, l’interesse, la paura della solitudine. Il mondo scolorì e avevo vent’anni, poi ventuno, poi ventidue. Le estati passavano e mi restituivano al mio grigiore di sempre; all’inizio di maggio immaginavo che la bella stagione avrebbe portato un cambiamento, che avrebbe infine riportato i colori che avevo perso, ma mi ritrovavo poi alle porte di settembre a chinare la testa al ritorno del freddo senza nuove storie da raccontare. E mi dicevo che in fondo era il destino di tutti, rassegnarsi a perdere i colori dell’infanzia e a sfiorire, ogni giorno, nella tristezza connaturata all’età adulta che elimina ogni possibilità alternativa per fissarci in un volto che avremo fino al termine dell’esistenza.
E invece infine i colori tornarono. Da tempo li attendevo inutilmente, chiuso nella solitudine di una stanza di periferia dove tutto parlava dell’uomo che ero stato, tempo prima, e ben poco di ciò che ero o di ciò che sarei diventato. Aprii la porta dopo molti anni ad aspettare i passi sulle scale di una donna che non sarebbe mai giunta, dopo molti anni a inventare telefonate che non avrei mai ricevuto. Uscii. Erano quei giorni di marzo in cui Firenze sembra sognare l’estate abbracciando una primavera senza pioggia, prima dell’inevitabile arrivo dei temporali d’aprile. Credo che l’ombra fosse rimasta lì da anni, a sbiadire nei pomeriggi d’estate sulla panchina accanto alla statua di Folon al giardino delle rose; forse era in quel luogo dal giorno di sette anni prima in cui le dissi addio perché avevo deciso di non scrivere e sognare più fino a quando non mi fossi innamorato di nuovo. Mi salutò con la diffidenza di chi è stato a lungo abbandonato, mi prese per mano; mi condusse accanto alla chiesa di San Miniato e iniziò a raccontare l’uomo che sarei stato, ciò che avrei visto ora che avevo infine deciso di smettere di attendere e avevo aperto la porta di casa. Mi portò al termine del bosco e mi mostrò il cancello oltre il quale avevo rinchiuso la mia giovinezza, nella dura consapevolezza dei miei diciannove anni. E improvvisamente, mentre gli alberi si oscuravano al passaggio delle ultime nuvole dell’inverno, ritrovai il mio sguardo di bambino e i colori che avevo smarrito e compresi che sarei potuto tornare a giocare con la realtà, a sperare, a immaginare.
L’ombra mi accompagnò giù, fino all’ingresso della chiesa. Mi volsi indietro. Gli alberi, nella sera che calava, sembravano quasi blu.
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