Lettera a Calipso

Lasciamo che Settembre muoia
che il fumo entro cui svaniscono le tue poesie
– raccontavi e distruggevi mille volti di uomini
cancellati dal rumore delle navi in partenza
nelle sere di gennaio al porto di Ogigia –
si faccia nebbia sottile nel vento del mattino.

Lo so, ti ho promesso molto.
L’estate mi aveva avvolto con le sue illusioni
e avevo creduto che obbedendo a un fallace dover-essere
avrei costruito la mia Morgana
perduta nella bruma di un futuro adolescente.
Ti ho promesso molto
ma nelle notti in riva al mare sognavo Penelope
sola nella penombra di stanze sempre uguali
Penelope senza volto, senza voce
senza alcun ricordo per colmare vent’anni di silenzio
se non la fantasia.
E l’ho immaginata nelle notti di luglio
– sai, aveva gli occhi come i tuoi
e raccontava le stesse tue storie
di marinai traditi dalle sirene
di monaci silenziosi che annotavano i nomi su vecchi libri
per dare un volto ai granelli di sabbia
che costruiscono l’eternità.
Aveva la tua voce nei pomeriggi Oltrarno
quando la vita sembrava cedere alle lusinghe del caso
e le suore facevano scuola-guida su auto a noleggio
e negli occhi inconsapevoli di una passante
incontravo il bambino che ero stato
sulla via che porta a Arcetri.

Lo so
abbiamo ascoltato i turisti spagnoli
cantare sulle scale in Costa San Giorgio
ma erano i giorni della nostra illusione
quando ancora il tuo volto era colorato dalle mie storie
ed eri tu e non eri e riuscivo ancora a inventarti.
Ora mi parli della necessità dell’infelicità
di accettare la realtà del tuo seno
della mia mano che lo sfiora nell’estate morente
la realtà dei tuoi silenzi, così diversi da come li avevo sognati
la realtà dell’inutilità dei miei versi per descriverti.

Mi siederò sulla spiaggia come un tempo
quando disegnavo foglie blu sulle auto alla deriva
e immaginavo il mare nelle vie di Firenze.
Guarderò gli alberi invecchiare aspettando l’inverno
e ti dirò di stare bene mentre osservo l’orizzonte.
E forse
quando mi volterò di nuovo
verso la tua grazia assopita nelle mattine di settembre
saprò infine che Penelope non è mai esistita
e abbandonando i miei frammenti di illusione
i miei biglietti di viaggio
non avrò più una nave da attendere.
Mi addormenterò insieme a te
e non sarò più straniero
nell’autunno di Ogigia.

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