La grammatica della felicità

Infine tornò la nebbia.
Ti cercavo nelle stanze degli hotel ai confini del mondo
tra il vento malinconico dell’ultimo autunno
e l’aria nuova della primavera
ancora colma di sogni da perdere.
Un tempo, nelle vie di Milano
Dicembre ci aveva atteso in piedi con il tuo cappotto grigio
– gli uomini con la sciarpa scivolavano quieti verso un altro Natale
e tu avevi lasciato sul tavolo un foglio, una penna
una cartella nera in pelle
perché potessi narrare al silenzio
l’enigma dei tuoi occhi nei pomeriggi di gennaio.
Ora il prete passa alle sei e non ha risposta
mi sussurra un “perché?” nella penombra della stanza
e Dio non esiste
oppure non sa.

Ci siamo incontrati sulla via dell’agave
sulle strade che conducevano al ricordo
dei nostri diciassette anni venuti troppo presto
– gli atomi che cadevano non si incontrarono allora
e Democrito sorrise delle nostre illusioni
delle fantasie al tramonto sul mare di Liguria
– “Se ci fossimo conosciuti in quella piega del tempo
avremmo avuto il mondo nel palmo della mano
quando l’estate era infinita e ci avrebbe inghiottito
per condurci lontano.”

Ti cerco e non ti trovo sulle scale di ieri
svanita nel tuo esilio bohémien
nei tuoi cabaret berlinesi in bianco e nero
avvolta dal fumo come l’ombra di Marlene
nei miei cliché stantii da inventore di mondi.
Nella stanza rimangono come sempre
i frammenti dei sogni che mi hai lasciato
un libro, una penna, una cartella in pelle.
Attendo che la porta si dischiuda di nuovo
e che Ulisse torni dal suo eterno vagare
con nuovi racconti, una valigia di tela
e in una piega del mantello scolorito dal tempo
le pagine azzurre
della grammatica della felicità.

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