Flussi di maggio

La sera il vento cala e la stanchezza del sole sulle pareti delle case che un tempo mi sembravano appartenere a una California in minore fa presagire l’estate. De Gregori canta di bambini al secondo piano, mamma cucina e la vita è cambiata, per uno di quei cambiamenti insensibili di cui ti accorgi solo quando torna maggio e non sei più quello di un anno prima e quasi non sai perché. C’erano anni in cui mi lasciavo esistere, in cui l’immobilità mi sembrava l’unico modo per sopravvivere alla fine di un’adolescenza mai sufficientemente rimpianta, ora tutto scorre così velocemente che quasi non riesco ad identificarmi con il volto di ciò che divento con il passare delle stagioni. A maggio, due anni fa, ritrovavo i miei diciassette anni nelle strade del centro di Prato – ed erano i giorni della scoperta, tutto era di nuovo incorrotto come era stato tanto tempo prima, in cui alla vita si poteva dare un nome ogni giorno e anche la noia e la ripetizione avevano un loro senso quasi bohémien e non erano l’inevitabile destino di chi ha imparato, come canta Guccini, a sopravvivere a se stesso. A maggio, un anno fa, suonavo la Settima di Beethoven e l’amore sembrava così vicino e l’estate una di quelle estati interminabili dei giorni della scuola, in cui l’unico obiettivo era leggere Dostoevskij e correre dietro agli occhi di una donna che non ci avrebbe mai guardato, ma che avremmo immaginato a lungo.

Oggi ascolto De Gregori che canta di bambini al secondo piano, porto mio padre a teatro e ascolto le vite degli altri, cercando di dare loro un senso. Nella sera di maggio, mentre l’estate fiorentina sembra assorbita dal gelo di un novembre tardivo, mi affaccio alla finestra e canto sottovoce. Non riesco a dare un significato a questa primavera dei miei ventott’anni. Eppure, per la prima volta nella mia vita, non è poi così importante.

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