Note di fine inverno sul “Gabbiano” di Cechov

L’inverno non terminava. La pioggia sottile bagnava i sogni, le speranze di fuga e d’estate. Tanto tempo prima avevo letto Kerouac su una panchina, davanti al prato della scuola di musica, e richiudendo il libro avevo immaginato il giorno della partenza, in una mattina di luglio. Non c’era futuro, allora, e non nell’accezione nichilista che alla frase dava il caro vecchio Johnny Rotten nel 1977, ma perché il futuro si poteva ancora immaginare e l’immaginazione poteva avere, se non il potere, secondo quel vecchio slogan del Maggio francese, perlomeno il controllo di una vita che si poteva inventare senza regole. Ora bagnavo le pagine del davanzale con frammenti di versi che non avrebbero mai trovato una collocazione, con la mia passione per lo spleen, per un Weltschmerz forse più supposto che reale. Pensavo all’odore d’inverno dei monasteri, avvertito a marzo durante un concerto alla Certosa di Firenze, ai troppi scritti iniziati e mai finiti da lasciar ingiallire nel faldone sul comodino.

Pensavo a Cechov, ai suoi personaggi che al termine della vita si rendono conto di aver sprecato tutto. Che in fondo l’esistenza non è stata altro che inseguire un sogno che non ha fatto altro che renderli più insoddisfatti e più consapevoli del loro fallimento. Avevano sperato in una qualche grandezza, si erano visti a Mosca o a Pietroburgo come le figure sullo sfondo di un libro di Tolstoj, persi in qualche ricevimento in cui si sarebbero innamorati di una ballerina di seconda fila che avrebbero poi tradito per noia quando le primavere sarebbero diventate troppe. Avevano sperato, ma eccoli lì, a sfiorire nella vastità della campagna russa, a vegliare la morte silenziosa dei loro sogni nutriti da troppi libri, a rendersi conto di aver visto passare la propria vita senza prendervi parte. E quindi Vanja si accorge che il professore per cui si è sacrificato, per cui ha speso i soldi che avrebbero potuto permettergli di condurre un’esistenza agiata, non è che un mediocre. Treplev, ancora giovane, deve prendere atto del suo fallimento come autore e perfino Trigorin, che un po’ di successo l’ha avuto, scherza dicendo che la sua lapide reciterà: “Qui giace Trigorin. Era un bravo scrittore, ma non all’altezza di un Turgenev” (Il gabbiano, Atto II). Sono personaggi che, per citare Masha all’inizio del Gabbiano, indossano “il lutto per la [propria] vita”, nutrono l’infelicità data dalla distanza tra i loro sogni giovanili e la realtà di una provincia che inghiotte ogni speranza nell’eterno ripetersi dei giorni sempre uguali.

Alla periferia di un Impero le cui vette sono inaccessibili come le stanze interne del Castello di Kafka, che fin da bambini nutre le nostre aspirazioni e ci illude di poter recitare la parte del protagonista nelle commedie delle nostre esistenze, guardai le pagine del libro aperto sul tavolo e pensai che in fondo tutti, come Nina, ci rendiamo conto troppo tardi di recitare male e ci troviamo lì, in mezzo al palco, con la consapevolezza di non sapere dove mettere le mani, di non conoscere il testo da recitare, di non avere alcun potere sui personaggi che entrano ed escono dal palcoscenico senza alcuna ragione. Di non controllare la voce. Nina dice alla fine del Gabbiano: “Non potete capire la condizione di chi sente che sta recitando in modo orrendo”. Invece, forse, possiamo capirlo. Perché improvvisiamo il nostro ruolo su un palco spoglio e progressivamente ci accorgiamo che ci hanno dato il copione sbagliato.

Chiusi il libro – aveva ragione Trigorin, in fondo nessuno può sapere prima di mettersi a scrivere se ripeterà i soliti cliché o se diventerà Turgenev, pensai. Mi misi al tavolo e, alla periferia dell’Impero, ricominciai a stendere il copione della mia esistenza.

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