I don’t believe in an interventionist God
(Nick Cave, Into my arms)
Il cappotto grigio che camminava nella notte, oltre i riflessi delle vetrine di Via de’Cerretani, non aveva più nome né identità. Libero dai vestiti usati del giorno, dall’aria professionale dei pomeriggi d’inverno, egli aveva smesso di esistere in una profondità temporale e aveva iniziato ad essere unicamente in funzione di quel luogo, di quel momento e il passato e il futuro non c’erano più. L’uomo con il cappotto grigio aveva visto un film di Sorrentino agli Uffizi – parlava della sensazione di sentirsi postumi, di percepire che gli anni migliori sono ormai alle spalle e che ormai l’esistenza si trascina, giorno dopo giorno, fino a una morte che forse rappresenta l’unico evento degno di nota nel grigiore di quel continuare a esserci semplicemente per abitudine. Quella sensazione gli abiti buoni dell’uomo con il cappotto grigio l’avevano provata in altri tempi, in altri anni, quando ancora le spalle che li indossavano avevano un passato da rimpiangere e un futuro per riscattarsi, ma ora tutto appariva lontano – era, in fondo, un’altra storia e per l’uomo con il cappotto grigio colui che l’aveva vissuta era quasi un estraneo, un individuo da guardare in lontananza con la tenerezza che si accorda agli adolescenti che si promettono l’eternità. Per la figura che attraversava di fretta Piazza Santa Maria Novella quell’uomo aveva cessato di esistere da tempo – ora vi era solo quell’immagine grigia che non appariva che sullo sfondo delle foto dei turisti in Piazza Duomo, che esisteva solo per osservare e non più per interpretare un ruolo in quel gioco divenuto pericoloso che altri chiamavano vita. Lasciava tale incombenza ad altri – li chiamava gli attori – interpretavano a soggetto un ruolo che forse non era il loro, ma nessuno lo avrebbe mai detto. Forse alcuni di loro avevano il copione, sapevano il personaggio da interpretare, ma per quasi tutti gli altri la recita era composta solo di intuito e coraggio e l’uomo con il cappotto grigio aveva ormai troppa stanchezza per parteciparvi. Guardava i lineamenti delle olandesi che si appoggiavano sulla salita di Costa San Giorgio per riprendere fiato, annotava la sensazione invernale che gli dava la Certosa del Galluzzo in Aprile, immaginava sogni d’amore con la violoncellista della seconda fila – occhi azzurri, capelli scuri – che gli ricordava quella donna che gli aveva promesso di incontrarlo sulla scogliera e che aveva atteso invano.
Scriveva tutto e forse non si ricordava più della sua esistenza, di poter essere visto da coloro che lo circondavano – credeva forse di essersi scolorito, negli anni che lo separavano dal momento in cui aveva deciso di smettere di raccontare la propria storia per cause che non conoscevo – alcuni parlavano di un lungo ricovero in clinica – depressione, forse – altri con meno fantasia di un amore finito male.
Lo seguivo ogni sera nelle sue peregrinazioni, poi tornavo a casa e scrivevo di lui, dei luoghi in cui era andato, degli uomini di cui aveva scritto sui fogli che poi gettava fuori dalla finestra. Scrivevo il suo copione, la sua parte nella storia. Scrivevo di quella donna che aveva letto un suo racconto che le avevo prestato e aveva pianto, dell’uomo che aveva deciso di partire per Istanbul dopo aver letto una descrizione che somigliava molto a lui. Scrivevo di quel mese che avevo passato a ricercare coloro che raccontava e a dare loro il ritratto che ne aveva fatto. A ognuno di loro dava un significato, un sogno, una storia e tutti costoro si sentivano improvvisamente diversi, come se la successione caotica dei giorni assumesse infine una forma e ognuno sapesse che non era passato inosservato nel suo scorrere lungo le sponde affollate dell’esistenza, ma aveva rivestito un ruolo solo suo, che solo l’uomo con il cappotto grigio aveva saputo cogliere.
Era l’ultimo giorno d’estate quando suonai alla sua porta. Volevo dargli il copione, dirgli che in fondo anche lui era un attore – certo, interpretava un ruolo raro, quello dell’uomo che cammina, che osserva e dà senso, ma era forse il ruolo più importante – il ruolo di Dio. Mi aprì la polizia. In una notte come tante, l’uomo con il cappotto grigio aveva infine dimenticato di esistere.
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