In questi pomeriggi d’Ottobre, vivere a Firenze sembra quasi facile – basta salire in macchina, mettere su gli Stones e fare un giro nella città tiepida dopo l’afa estiva cantando Paint it black. Questi giorni d’autunno hanno la malinconia delle storie che finiscono, delle storie che iniziano, dei progetti di un anno che sono giunti al loro completamento e dei nuovi sogni che ancora sono troppo embrionali per destare preoccupazione. Si ricostruisce la propria esistenza e il proprio senso di sé all’inizio di ogni autunno, gettando via la continuità dei giorni che abbiamo vissuto e imparando ancora una volta a giocare alla vita, a creare regole nuove che ci condurranno nella rappresentazione degli uomini che saremo, tra un anno, prima di cambiare tutto di nuovo. E dunque vagare per Firenze in questo Ottobre di pomeriggi passati all’Odeon a vedere Joker e di sere trascorse con gli amici a salutarsi sempre più tardi perché non si può essere soli mentre le nostre vite cambiano vuol dire attraversare una terra di nessuno, dove rimane solo l’ombra di quello che eravamo, per citare quel libro di Sepulveda, e non c’è ancora nulla che dica come saremo tra un anno. Attraversiamo un vuoto di senso, dove ogni cosa appare ricolma delle speranze per un futuro ancora lontano e dove gli oggetti appaiono stanchi dei significati che abbiamo dato loro per troppo tempo e dunque si sta in questa realtà di giorni sempre uguali in cui l’esistenza sembra ribellarsi alla continuità.
Alla radio ora danno i Pulp, Common People, e si affollano alla mente i ricordi dei giorni in Spagna, delle ville signorili di Siviglia, retaggio degli anni in cui pochi nobili avevano in mano quasi tutte le ricchezze del Paese, del lavoro, di tutto quello che mi ha definito dallo scorso autunno a ora. Le storie terminate dell’anno che muore, le storie che mi hanno reso ciò che sono. Tengo per mano il senso di me che abbandono.
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