Uscendo da teatro, discutiamo di come ci raccontiamo, di come rappresentiamo le nostre vite giorno dopo giorno. Siamo stati a vedere un monologo basato su tre drammi di Jon Fosse e siamo stati pervasi dalle storie mancate di quei testi, dalle esistenze che si sarebbero potute vivere e che invece non sono state perché i personaggi hanno aderito a una qualche forma di dover essere rinunciando a se stessi e ai propri desideri. Siamo stati pervasi da quel senso di infinita e inutile continuità dell’esistenza espresso da una delle protagoniste – la città, dice, è piena di vivi che tra cinquant’anni saranno morti e cinquant’anni fa era piena di vivi che ora sono morti. La vita si mantiene senza preoccuparsi se, in questa eterna sostituzione dei volti delusi di oggi con altri volti pronti alla delusione che oggi sono ancora bambini e dicono che “tutti i nomi belli sono tristi”, la donna seduta sulla panchina abbia realizzato il suo desiderio di fuggire con l’uomo incontrato prima del funerale oppure sia rimasta lì a fantasticare, a coltivare il suo non-essere, il suo essere altrove rispetto al senso di sé che immaginava.
Uscendo da teatro, parliamo delle storie che raccontiamo a noi stessi per darci senso e di come talora quelle storie non ci piacciano eppure rimaniamo al loro interno, forse per noia, forse perché è troppo difficile attraversare il buio per iniziare un nuovo racconto. E così a volte ci facciamo trascinare dalle onde, fermati dagli infiniti non si deve e non si può di cui parla anche l’Antigone di Anouilh in cui mi rivedevo così tanto negli anni del liceo, e alla fine nessuno ci riconosce più, come il marinaio di Fosse che non viene riconosciuto dai genitori.
O forse talora proviamo a cambiare, a saltare nell’oscurità, a dirci diversi e abbiamo paura di finire come la donna del dramma di Fosse che ignora gli avvertimenti della madre e finisce annegata dall’uomo che amava.
In tutti i casi, rimaniamo con le nostre storie di noi stessi, con i particolari che raccogliamo dalla realtà per giustificarci e per dare validità al senso del nostro esistere che ci siamo creati. Forse sono storie intimamente insoddisfacenti, forse non abbiamo la forza di cambiarle, forse non sappiamo veramente come farlo. Uscendo da teatro, non ci sono risposte, solo le domande di due fratelli che si ritrovano dopo qualche tempo e che parlano dell’esistenza come quando, tanto tempo prima, la sorella più piccola chiedeva al fratello più grande il senso delle cose e lui aveva più certezze e poteva risponderle.
Questo testo nasce da una serata a teatro con mia sorella Chiara a vedere due testi tratti da Jon Fosse e dalle conversazioni conseguenti. Molte delle osservazioni contenute in queste righe nascono dagli spunti di Chiara, che ringrazio, dopo lo spettacolo. L’immagine del bambino che dice che “tutti i nomi belli sono tristi” è tratta da un passo di “Sogno d’Autunno” di Jon Fosse.
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