Il bambino di Sarajevo

Sto ricominciando a ricordare i sogni. A diciannove anni li scrivevo, nella speranza di trovarvi qualcosa, una storia da raccontare probabilmente o forse un frammento di verità per comprendermi meglio. Il romanzo che pianificavo allora rimase un progetto, un quaderno abbandonato in un armadio e un incipit grandioso in cui una testa di Lenin avanzava sobbalzando in una città simile a un set cinematografico, in cui una cattedrale di cartapesta sostituiva un antico monumento inghiottito dalla terra anni prima. “La bellezza salverà il mondo” gridava.

Fu nei giorni di quell’ottobre piovoso che entrai per la prima volta nella morte. Camminavo nelle strade vicino al mare. La stagione era finita da settimane e il paese, ormai abbandonato dai turisti estivi, aveva ricominciato a condurre la sua esistenza schiva, fatta di rituali da ripetere in un tempo circolare in cui nulla era mai nuovo, in cui sapevi in anticipo quale volto avresti incarnato l’anno successivo, quello dopo ancora o quando ti saresti ritrovato ormai invecchiato a sputare per terra vicino al molo dei pescatori e i ruoli non cambiavano mai da anni, forse da secoli.

Sicuramente vi erano stati, cent’anni prima, due vecchi seduti nella piazza centrale, nelle sedie esterne del bar sportivo, a giocare a carte raccontando di quel soldato che aveva preso licenza quarant’anni prima adducendo come scusa la necessità di inseguire una scorreggia. Sicuramente vi era stato qualcuno che aveva camminato vicino al mare in un giorno d’ottobre, di fronte allo sguardo distratto di una donna di mezza età affacciata alla finestra. Non potevi sottrarti alla recita che procedeva dall’inizio dei giorni, al copione che Dio, un tempo, aveva dato agli abitanti del paese. Potevi partire, certo, ma a che fine? Là fuori, si recitava a soggetto. Ognuno aveva solo pochi indizi sul ruolo che avrebbe interpretato, su come sarebbe vissuto e morto, e solo il caso, che non è noto per avere buone doti come sceneggiatore – tende alla banalità e a ripetersi – lo avrebbe portato ad essere un grigio impiegato ministeriale oppure lo avrebbe fatto spegnere lentamente sotto il peso dei progetti mai portati a termine, in un ufficio postale, con la casa piena di libri di poesie autopubblicati che non sarebbero mai stati letti da nessuno. Il copione del paese, invece, era chiaro e definito e i personaggi dotati ciascuno di un suo eroismo, ciascuno di una sua peculiarità.

Ho passato molti anni in città. È stato qualche tempo dopo quell’ottobre di cui vi parlo, quando mi trasferii per alcuni anni per studiare da medico. Gli attori che avevano improvvisato le loro vite su un palco troppo grande per le loro abilità morivano in una scatola di ferro sulla collina. Nella degenza di medicina interna li vedevo arrivare, talora andare via, talora spegnersi in solitudine senza nessuno al loro fianco, senza nemmeno qualcuno che riconoscesse loro lo sforzo di aver inventato un ruolo che non esisteva e che nessuno avrebbe più rivestito. Non c’era l’applauso finale a Calvero alla termine di Luci della ribalta.

Ma quel giorno era ottobre e questo non lo sapevo ancora e camminavo lungo la strada che conduceva al mare. Le case colorate dei pescatori lasciavano uscire le ultime zanzare stordite dall’autunno e le barche tirate a riva erano degli istrioni di seconda categoria ubriachi dentro un bar dopo lo spettacolo della sera. Lei era seduta accanto ad una barca azzurra, la sigaretta accesa a identificarla contro la penombra nuvolosa del pomeriggio. Sembrava attendermi, mentre guardava l’orizzonte, i suoi ottant’anni abbandonati sulla sedia insieme ai suoi centodieci chili e alle sue cosce varicose.

Aveva la voce affannata quando mi parlò. Non aveva la minima voglia di aprirmi la porta e farmi andare “giù”, come diceva lei, era stanca, le gambe le facevano male e stava fumando, quindi che non rompessi le scatole. Mi avevano detto che lo faceva sempre, che pochi erano riusciti a convincerla e che per farlo bisognava raccontare una buona storia o indovinare ciò che desiderava. Ma io non avevo buone storie, giusto una chitarra per le notti d’estate – allora avevo ancora diciannove anni e speravo che cantando nelle sere d’agosto avrei incontrato l’esistenza di una donna con gli occhi azzurri uscita da uno dei libri che meditavo troppo – e una canzone che parlava di un bambino che imparava a fermare la vita e usava il tempo sottratto alla morte per fare l’ultimo bagno nel mare estivo, prima di essere ucciso da un proiettile vagante in un pomeriggio a Sarajevo.

Mi avevano detto che cantavo bene. Quando mi mettevo a suonare, in piazza, tutti si fermavano ad ascoltare e mi piaceva vedere il tramonto posarsi sulle spalle dei vecchi che mi fissavano con la curiosità di chi scopre alla fine della vita che può ancora sorprendersi per la bellezza di una sera di luglio. Dicevano che quando cantavo si fermava il tempo, come nella storia del bambino morto a Sarajevo e non esistevano più le storie dei singoli, il loro tentativo di raccontarsi per dare un senso al loro giorni, c’era solo quell’attimo e ognuno era solo uno sguardo aperto su un mondo privo di significato, semplicemente splendido nel suo mostrarsi e accadere.

Dunque, mi sedetti e cantai. Lasciai morire due volte il bambino di Sarajevo e mentre lo facevo pensai che doveva essere proprio una sfortuna farsi i chilometri che separano la capitale della Bosnia dal mare giusto per essere centrato da un proiettile vagante. Certo, doveva essere una di quelle canzoni sulla connerie de la guerre di quel verso di Prevert, ma in realtà in quel momento tutto quello a cui riuscivo a pensare era tutto il viaggio che il bambino aveva dovuto fare per andare a morire, quello che aveva visto, che aveva sentito, che aveva immaginato.

E quindi improvvisai e provai a raccontarlo. Cantai dei giganti delle montagne, che si ritrovavano a sera sulle sponde dei fiumi per spingerli verso la pianura. Cantai del diavolo nella foresta del Nord, che insegnava a suonare agli ubriachi in cambio dei ricordi del loro primo amore. Non poteva amare, il diavolo, e quindi si nutriva degli amori degli altri, dell’amore che gli altri volevano scordare perché troppo doloroso. Cantai del chitarrista al crocevia, pieno di nostalgia per i giorni della sua infanzia, del marinaio che aveva aperto una pompa di benzina poco prima di Sarajevo. E alla fine cantai di me, che avevo visto il bambino entrare in città accompagnato da una donna velata di nero.

Cantai e improvvisamente vidi la vecchia piangere nei suoi ottant’anni, nei suoi centodieci chili, nelle sue gambe varicose e nella sua voce roca da enfisematosa. Ella pianse del bambino, pianse del suo destino di eterna guardiana del mondo dei morti, della sua vita perduta a guardare gli uomini e le donne del villaggio attraversare la porta che custodiva uno dopo l’altro, senza mai tornare. Ella pianse perché non c’era mai andata, nel mondo di là, lei apriva e chiudeva la porta e a sera fumava l’ultima sigaretta guardando il mare ed era così da secoli, senza mai cambiare, conoscendo la vita solo dai racconti che le facevano i morti prima di scendere giù.

“Ti farò passare e ti aprirò al tuo ritorno, ma voglio venire con te” mi disse.
“Giù?” Le chiesi
“No, su, nel mondo fuori da questa spiaggia, lontano da questa porta macerata dagli anni, nella città di cui sento parlare ogni sera in televisione.”
Glielo promisi e scesi. Dovevo farlo da tempo. Mia madre aveva varcato la soglia l’anno prima portando con sè il suo ultimo segreto e dovevo incontrarla per sapere se davvero come dicevano fosse stata uccisa per la storia del marinaio, per l’uomo che si diceva che avesse dormito con lei e che aveva fama di rivoluzionario.

Scesi nella notte e scoprii che non aveva risposte. La trovai sulle rive di un piccolo fiume montano, come quello che avevo immaginato per i miei giganti, a osservare un cespuglio su cui spuntavano le more. Non so più nulla mi disse e non è importante. Non è importante sapere, non è importante vendicarsi, è importante solo scegliere come vivere ora che i proiettili sono giunti fino alle nostre case e non abbiamo che i nostri sogni a proteggerci. Non parlammo molto, non avevo molto da dirle. La vita era sempre uguale, i ruoli sempre gli stessi, non c’era niente da raccontare e così era la vita laggiù, un eterno interpretare un frammento della parte che si era recitata nella propria esistenza.

Quando risalii, non c’era più nulla. Del paese non rimanevano che poche pietre e le fondamenta delle case. La guardiana giaceva riversa sulle barche. Davanti a un muro giacevano i cadaveri dei fucilati, dietro di loro una lingua straniera recitava il motivo della loro condanna. Sulla spiaggia, era rimasta solo la mia chitarra. Mi sedetti sulla riva e cantai del bambino di Sarajevo. E allora, per la prima volta nella mia vita, piansi.

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