L’incompiutezza delle sere che giungono al termine
mi lascia con una tristezza di parole infrante
di frasi taciute o pronunciate troppo presto
dell’incauto dirsi, definirsi
nello specchio della notte che restituisce solo
la deformazione del ricordo al mattino
la certezza della propria alterità.
In queste sere d’estate
mi sono detto poeta, scrittore, cantante
mi sono detto e contraddetto, ho inventato teorie per nascondere
che non so descrivere il mio volto nel gelo di novembre
che mi sono sconosciuto nell’agire, nell’amore, nel tacere
sostanzialmente che non ho capito nulla
e che nulla dovrei forse comprendere.
Alla fine rimango qui, in una vecchia macchina parcheggiata
mentre l’oscurità scivola come il secondo atto del Tristano
e la musica in sottofondo allontana gli uomini, i volti, i ricordi
nella solitudine ritrovata e temuta.
Rimango qui e incontro il fantasma indefinibile dei miei giorni
ha il mio volto, il mio nome e mi accompagna
ha una vena disegnata sulla parte destra del collo
e una freccia conficcata nel costato.
Rimango qui con lui, con la mia tristezza, la musica, i ricordi
e con l’ultimo inchino dello spettro di Banquo
si chiude
solenne
il sipario.
Lascia un commento