Quando giugno arriva – note a margine sul definirsi

Quello che mi viene richiesto è definirmi, darmi un volto. Lo richiedo a me stesso, dovrei comprendermi in qualche modo, immagino che dovrei avere qualche strumento ormai per farlo. Invece mi trovo qui, alla fine di un’altra serata, con le parole dette per darmi una fisionomia che non mi rappresentano, la stabilità di un volto che non è il mio. Ogni volta che credo di essermi definito, trovo qualcosa che mi sfugge. Ed è di nuovo un cercare di comprendersi.

Quello che so è questa malinconia che mi prende alla fine dei venerdì sera, quando il sipario cala e lo spettacolo finisce e io rimango nella mia solitudine ascoltando Philip Glass nella notte, nella testa nulla se non frammenti di ricordi e la percezione che ancora una volta ho usato troppe parole, mi sono detto troppe volte e ancora una volta ho detto troppo e troppo poco. Ma la sera è così bella – sono belli i tigli quando giugno arriva/e l’aria è così dolce se la si respira come cantano le Têtes de Bois traducendo Roman di Rimbaud – e la musica mi conduce nella notte con la sua totale indefinitezza. Gli Illuministi dissero che la musica più nobile era quella vocale, perché poteva utilizzare la parola, veicolare messaggi. Il Romanticismo predilesse la musica strumentale proprio per la sua dimensione non verbale, per la sua impossibilità di essere completamente ricondotta entro schemi razionali. La mia razionalità stanca di questa sera empatizza con questi ultimi.

Rientro a casa, dormono tutti. Domani sarò ancora, come canta Guccini, sempre lo stesso, sempre diverso.

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