Beethoven in autunno

C’è quasi un’angoscia di senso, nel quarto concerto per pianoforte di Beethoven. Lo ascolto mentre il brusio mediatico riporta le parole di marzo, i contagi che crescono, la vita che di nuovo deve contrarsi per preservarsi. E dunque ascolto Beethoven, forse per trovare di nuovo la forza, forse per aggrapparmi alle sue olimpiche certezze. Di solito è deciso, Beethoven: i temi vivono di una loro chiarezza essenziale, gli sviluppi ne enucleano gli aspetti centrali e non si smarriscono mai; a differenza di quanto avviene in Schubert, tutto vibra delle certezze di una musica che scolpisce il mondo, che lo assorbe e lo restituisce nella struttura della forma-sonata. Beethoven definisce la forma come mai nessuno, organizza, dà significato al fluire delle note attraverso l’essenzialità e la ripetizione e avevo pensato che mi avrebbe potuto aiutare, in questo attuale vuoto di senso, in cui si può accettare l’angoscia di un male che non si vede e che fornisce pochi strumenti per prevederne la fine, oppure affidarsi alle stregonesche soluzioni di chi propone un principio organizzatore facile ma illusorio – i vari complottismi di cui le cronache agostane sono state piene o le rassicurazioni che faticano a convincere nella curva ascendente dei casi e delle ospedalizzazioni. Eppure, il quarto concerto mi restituisce lo specchio delle mie insicurezze. Sembra ondeggiare senza prendere mai una direzione precisa fino all’ultimo movimento, con la sua chiarezza da Rondò. L’Allegro moderato iniziale si dibatte tra più soluzioni melodiche che emergono e scompaiono come la Fata Morgana sullo Stretto di Messina, quasi in un tentativo di trovare un significato che manca, qualcosa di unificante intorno a cui ruotare che non emerge mai. Mi restituisce l’atmosfera piovosa e invernale dei Lieder e di certi quartetti schubertiani, con la loro tormentosa domanda su come fosse possibile scrivere all’ombra di Beethoven.

Mi dico che in fondo Beethoven, vissuto tra l’epoca napoleonica e la Restaurazione, partecipava di inquietudini anche maggiori di quelle odierne e che l’idealizzazione del passato asburgico era un esercizio già praticato da Richard Strauss nel Rosenkavalier e che parla più delle inquietudini di chi idealizza che di una effettiva maggiore serenità dell’esistenza nel periodo idealizzato. E parla dunque di me, di quanto sia per me necessario soddisfare l’angoscia di significato che sento, di quanto questi giorni mi richiedano di modificare la mia visione del mondo per adeguarla alla cacofonia dell’esistenza. In fondo, è un processo che riconosco in ogni autunno. L’uomo che ero alla fine dell’estate svanisce in lontananza e mi ritrovo di nuovo a ricercare un’identità. Rileggo Paolo Lanaro, parla delle case che cambiamo e che lasciano dietro di sé soltanto il brusio di una radiolina e penso a me in questo autunno, così simile a quelli che si sono avvicendati, anno dopo anno. E penso che l’autunno è questo, questo lieve sentimento di non appartenenza al passato, questa necessità di ricostruire ancora quel mio racconto che mi dà l’illusione di fissarmi in un brandello dell’universo, di essere qualcosa di leggibile e finalmente definibile. In autunno si raccontano le storie e si racconta ancora una volta la storia della propria vita, ma si ricerca un senso diverso, un futuro diverso, sogni diversi che non si immaginavano solo un mese fa.

L’autunno porta l’inquietudine. Porta la voglia di raccontare e di inventare. E la porta è di nuovo aperta.

Lascia un commento