Preghiera autunnale

In questa stanza di ottobre
lascio i miei libri mai finiti
le canzoni non scritte, i treni mai presi
l’illusione dei diciott’anni svaniti in un ospedale di periferia
lascio le poesie di Whitman, il mio T.S.Eliot troppo citato
gli autori e le storie di un altro tempo
di cui ora rimane solo un sorriso sbiadito
nel rileggere i vecchi fogli.
Nella sospensione del tempo si avverte Dio
lontano dagli uomini nel giorno dell’abbandono
e l’esistenza è ora
un mosaico di distanze sulle rovine di una chiesa
nel bizantino interrogarsi sul sesso degli angeli
ora che Instanbul è caduta.

Sediamoci qui, mio Dio
in questo frammento di solitudine
in questo brusio attutito del mondo
-la peste è arrivata ad Atene, dicono
e Pericle è morto e la guerra avanza
e Sparta vincerà, forse, un giorno
della sua vittoria di un giorno prima della resa
a un altro Alessandro nato dalla polvere.
Ascoltami, mio Dio
quando l’ultimo uomo ebbe salito le scale
il bambino nascose i ricordi nell’intercapedine dell’ascensore
per difenderli dalle stelle cattive di settembre.
La pioggia lavava via in silenzio
le promesse smarrite dei profeti
e la vita rimaneva
nelle chiazze di sangue sul pavimento
nel diafano dei neon della stanza di ospedale
nel destino che appare prima che cali il sipario
proclamando la sua inesistenza.

Ho creduto in te, mio Dio
nel tuo talento discreto
di narratore di storie nelle pieghe della morte
eppure questa sera mi siedo sulla terra sporca delle tue pagine strappate
all’ombra del grido di Giobbe a cui non rispondesti
e ricordo quella sera d’estate
prima dell’aratro e delle navi
quando il padre Ulisse mi condusse in riva al mare
e me ne promise la tranquillità.
All’ombra del tuo silenzio siamo cresciuti
in assenza di una risposta
abbiamo inventato la vita, le storie, la poesia
ma ora la peste è giunta in Attica
e gli Spartani sono alle porte
e Pericle è morto, infine, tra le braccia livide di una prostituta
un venerdì notte dietro San Lorenzo.
Non sappiamo più il segreto degli scacchi
e nella solitudine dell’ultima stanza illuminata
ci prepariamo a svanire.

Non ti chiedo più un senso, mio Dio
né una risposta che illumini la strada in attesa dello sposo
ma rimani qui, in questo scosceso avamposto del nulla
a riscaldare il vuoto con il tuo sguardo di bambino
con le tue illusioni sugli uomini non ancora deluse.
Quando gli Spartani arriveranno, si siederanno con noi
avranno larghi cappelli e accenti americani
ci affacceremo alla finestra e non ci sarà più
che la bianca fusione dell’universo nella sua ora estrema
e sapremo
che il tuo racconto
era di uomini alberi case
di gazze ladre di fronte ai vetri autunnali
e che vano era il desiderio di udirne le parole.
In quel vuoto vedremo il tuo silenzio
e rimarremo a bere con te l’ultimo caffé
prima che la poesia finisca
e nell’odore di sangue sulla terra umida
l’ascensore restituisca con i ricordi
le effigi dilavate di quello che eravamo.

Solo allora
forse
l’inverno avrà fine.

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