In questo angolo riposto della storia fatto di solitudine in cui ormai da un anno siamo entrati si sente nostalgia della vita. Della banalità di una serata a teatro, del trascorrere da un interesse all’altro, del lasciarsi esistere nelle notti d’estate troppo lunghe nelle strade del centro o in una casa di periferia. Nella stanza, mi circondano i libri, l’unico contatto che conduce oltre quella frontiera che con il tempo si è ristretta fino a divenire soffocante. Non ci sentivamo liberi, un tempo. Eppure il treno per Bologna non chiedeva giustificazioni e gli aerei andavano e venivano domandando solo se volevamo pagare un prezzo aggiuntivo per l’assicurazione del bagaglio. Vienna, un tempo vicina dopo un viaggio notturno in autobus, sembra di nuovo stagliarsi in una lontananza ottocentesca.
Anche i libri parlano di frontiere. Di frontiere come incontro, come scontro, come separazione. Rumiz racconta il suo viaggio lungo i confini russi, Kapuscinski gli artificiosi limiti dei paesi dell’Africa centrale, definiti dagli europei in modo rigidamente geometrico. Qui, oggi, la frontiera è vicina, tangibile. In un giorno di febbraio mi ci avventuro, la costeggio passando accanto ai ruderi che costellano la collina di Careggi, là dove Firenze finisce e si può andare oltre solo se in possesso di una buona ragione. L’aria fresca sembra suggerire la fine dell’inverno, le notizie riportate dai giornali parlano di un nuovo lockdown e suggeriscono che la primavera, come in quella canzone di Battiato, tarderà ad arrivare. In cima alla collina, la città è lontana e anche il caos dell’ospedale, il rumore delle ambulanze, i camici bianchi che svolazzano disperatamente da un padiglione all’altro, sbiadiscono in un silenzio in cui si riesce ancora a sentire il fruscio degli uccelli tra gli alberi. È strana, questa frontiera mille volte violata in passato per andare a prendere un libro in biblioteca, per andare a teatro o da un amico e oggi monolitica sorvegliante che divide le motivazioni per oltrepassarla in giuste e sbagliate. La strada a partire dalla quale da bambino iniziavo a contare i cartelli che sfilavano nel finestrino della macchina misurando l’aumentare della distanza da Firenze ora è divenuta l’ultimo approdo consentito. La familiarità del luogo cede il posto a un sentimento di estraneità legato alla sua nuova funzione.
Qualcuno scriveva che nel tempo si sono sempre alternate fasi di apertura e di chiusura, che dopo la prima globalizzazione, alla fine dell’Ottocento, la prima guerra mondiale fece tornare le nazioni a rintanarsi entro le proprie frontiere e a rimanervi per almeno cinquant’anni. Ecco, forse oggi assistiamo di nuovo a questo chiudersi della frontiera, ora che i nostri sogni di cittadini cresciuti in un mondo globalizzato devono fermarsi ai confini della città. Il limite impalpabile in questa mattina di Febbraio diviene fisico e tangibile. E mentre mi siedo sul confine di questi tempi di stasi, mi sento come quando, da bambino, mi fermavo a guardare il mare sognando di partire e di andare in Croazia. Forse, mi dico, è anche questa la frontiera. La custode dei nostri sogni di partenza.
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