L’abbigliamento di un fuochista

Ed era lui davvero, il cassiere del “Pitagora”
che guardava così familiarmente le cose distanti
e ripagava con l’oro delle stelle, che del resto non era suo
ripagava debiti ancora sconosciuti di uomini e di secoli

Ghiannis Ritsos, Cronaca

In questa nuova primavera che non riporta la speranza, ma solo la stanchezza dei troppi giorni a scontare la distanza dai propri desideri, la sospensione del tempo mi allontana dai ruoli che avevo, cristallizzandomi in pochi tratti. Mi rimane il mondo lavorativo, così distante rispetto ai miei sogni di scrittura o ai pomeriggi musicali in cui suonavo, componevo e come Jones il suonatore mi piaceva lasciarmi ascoltare, credendo di stare esprimendo qualcosa. Ho sempre pensato che il mio ruolo fosse legato al restituire qualcosa (un frammento di emozione, una riduzione della sofferenza di questo cammino esistenziale su cui si allunga l’ombra della morte e della perdita), al pagare un debito originario dando agli altri qualcosa che avevo ricevuto e che dovevo condividere. Mi sono sempre molto riconosciuto nel cassiere dell’associazione “Pitagora” di cui scrive Ritsos in Cronaca, da Quarta dimensione, che parte dall’isola in cui risiede perché convinto di essere responsabile del fallimento dell’associazione stessa e poi, dopo molti anni, torna per pagare tutti i debiti, anche quelli che non ha contratto.

In questi giorni senza musica, senza sogni, senza treni da attendere alle sei del mattino per andare lontano, la frontiera invisibile che circonda le città sembra aver inglobato in sé anche il ruolo che avevo, quello che ritenevo importante fare, lasciandomi soltanto la percezione di dover procedere, giorno dopo giorno, in una nebbiosa risacca dell’esistenza, in cui orientarsi è impossibile perché non vi sono riferimenti, né storie che possano indicare la via. Il mondo, un tempo universo di significati, si riduce a pochi frammenti sempre uguali, all’esistenza andata in tanti giorni uguali e duri del pensionato di Guccini. Solo la sera mi ricongiunge con il mondo di ieri, con la vita che ho attraversato e che attraverserò quando la nebbia si sarà diradata. Seduto sul letto, ascolto L’abbigliamento di un fuochista e in quella malinconia della madre che saluta il figlio al porto, intuendone la perdita, ritrovo nella voce di De Gregori e della Marini quella tristezza che un tempo sentivo quando lasciavo i territori che conoscevo per trovarne di nuovi, quel lieve dolore dell’abbandono che precedeva la gioia per la nuova scoperta. Mentre la canzone finisce, penso al giorno in cui di nuovo andrò a confondere la mia faccia con la faccia dell’altra gente e mi perdo nei ricordi di ieri e nei sogni di domani.

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