Nell’anima dell’uomo si alternano sistole e diastole, turbamento e tranquillità, gioia e angoscia, speranza e disperazione. Fuori dell’anima dell’uomo (posto che esista un fuori) l’alternarsi delle stagioni
E. Montale, Variazione n.30, da Trentadue Variazioni (1972) .
Ho visto qualche giorno fa Departures, un film del 2008 su un violoncellista che, dopo lo scioglimento dell’orchestra, inizia a lavorare come tanatoesteta (cioè come addetto alla cura delle salme prima della cremazione). Mi ci ero avvicinato perché affascinato dalla colonna sonora, composta dal mio amato Hisaishi Joe, che avevo ascoltato per la prima volta un annetto fa e che avevo sempre trovato estremamente interessante. Ho trovato un film molto delicato, in cui il tema della morte appare soltanto un pretesto – solo in un caso, quando muore l’anziana proprietaria dei bagni pubblici in cui il protagonista si recava, i personaggi riflettono sul senso del passaggio, sul senso della fine, in generale con l’idea del decesso come una trasformazione della vita in un’altra forma, che non annulla quello che l’individuo è, ma lo conduce altrove. Il film mi sembra una grande riflessione sul tema di Telemaco, forse con una certa declinazione joyciana: Daigo ha rinunciato a suo padre, che l’ha abbandonato a cinque anni, non ne ricorda neanche il volto, eppure tornando nella sua casa d’infanzia inizia a recuperare frammenti del suo passato con lui, a parlarne, a sentirlo come parte della sua storia. Quindi trova una sorta di figura paterna sostitutiva nel tanatoesteta che lo assume come assistente, come Dedalus nell’Ulisse sostituisce il padre di cui è in cerca con Leopold Bloom, ed effettivamente il signor Sasaki agisce da padre nei suoi confronti: lo accompagna nel suo mondo fatto di morte e di rispetto, lo aiuta andandolo a riprendere quasi a forza quando Daigo sente di non farcela e infine lo lascia agire in autonomia, rendendolo in pratica il suo successore. Alla fine ci sarà il ricongiungimento con il padre naturale, mediato dalla nuova identità che Daigo ha trovato.
Interessante è anche il modo in cui il film affronta il tema dell’identità. Il film si apre su Daigo che suona e presenta la distruzione del suo ruolo sociale quando viene annunciata la chiusura dell’orchestra, quasi una tetra premonizione del rapido peggioramento delle condizioni dei musicisti in seguito all’inizio della crisi economica del 2008. Daigo scopre ben presto di non poter continuare a vedersi come musicista, deve vendere il costoso strumento che aveva acquistato e si trova di nuovo a doversi ricostruire, a dover comprendere chi è con l’aiuto del signor Sasaki, conosciuto sulla base di un errore di stampa su un annuncio di lavoro. Riesce quindi a costruire una nuova identità, un nuovo racconto di sé, che si trova a dover progressivamente rivendicare rispetto alle persone che lo circondano e che non comprendono il suo desiderio di lavorare a contatto con la morte. Tale racconto di sé, in cui progressivamente inizia ad aver spazio come si diceva prima il padre reale, con i pochi ricordi d’infanzia e con la dolorosa mancanza nel presente, non sostituisce il precedente ma lo integra: è lo stesso Sasaki a incoraggiarlo a suonare per lui perché “non ha mai sentito un violoncello dal vivo” e Daigo recupera un rapporto più sereno con lo strumento musicale grazie alla nuova identità che sta acquisendo – le immagini in cui suona immerso nella natura di un Giappone rurale sono indicative a questo riguardo. In sostanza, il film racconta il progredire di un’identità che non rinnega il proprio passato, ma lo rilegge alla luce del presente – in fondo, Siegel e Maturana hanno scritto di come i ricordi abbiano un significato che principalmente rispecchia il nostro stato mentale attuale e di come non siano qualcosa di dato per sempre, ma la lettura che ne diamo cambi a seconda di quello che siamo diventati. Daigo cambia e cambiando rilegge se stesso, la sua storia, le sue scelte. E alla fine, forse, trova un modo di essere più coerente con se stesso e con i suoi desideri.
Il mio professore di lettere in quarta ginnasio diceva che è più difficile fermarsi dopo qualcosa che abbiamo apprezzato e chiedersi perché lo abbiamo sentito così tanto nostro. Mi rendo conto, ripensando a Departures, che aveva ragione. Per quanto riesca a individuare le linee seguite dalla trama, mi rendo conto che questo non spiega quel vago sentirmi commosso al termine del film che non sentivo da un anno circa, dalla morte di Calvero alla fine di Luci della ribalta, ennesimo racconto di una vita che ha il suo momento di riscatto nel sostegno a un altro essere umano. Probabilmente mi riconosco in quel momento di ricostruzione dell’identità, in quel riorganizzare i fili della propria esistenza per renderli coerenti con un presente che sta cambiando. Ho vissuto alternandomi tra sistole e diastole, come scriveva Montale nelle Variazioni sul Corriere, tra momenti di accelerazione adolescenziale e lunghi mesi di raccoglimento in cui si studiava per il ritorno dei giorni rapidi dell’esistenza. Quando si corre c’è poco tempo per fermarsi e dunque sono forse necessari questi lunghi tempi dell’abbandono, questi tempi in cui l’identità di ieri non è più adatta e non siamo più nulla e non siamo ancora nulla, e quindi bisogna mettersi pazientemente a ricostruire. È forse questo che ho intravisto in quel film, questo dover ricostruire e sapere che alla fine torneranno i giorni in cui l’identità sarà di nuovo solida, in cui tutto sarà di nuovo a posto e torneremo a poter godere dell’immediatezza dell’esistenza, della certezza di ciò che abbiamo costruito, in cui di nuovo tutto sarà coerente e i ricordi di ieri non susciteranno nostalgia. In questa continua costruzione della felicità, in questo costituirsi della vita in tempi diastolici in cui si semina per la primavera, mi sono riconosciuto e ho forse trovato un conforto, una certezza che i giorni sereni verranno e che il lavoro di questi mesi di attesa non è inutile.
Come Daigo, ho costruito molte volte il racconto della mia vita. Ora lo sto facendo di nuovo e se ci penso bene non è poi così male. In fondo, mi salva da quel senso di ripetizione dell’usato di cui parla il Prufrock di Eliot (And I have known the eyes already, known them all—/The eyes that fix you in a formulated phrase) e mi fa immaginare quale volto avrò tra un anno, tra due anni, quando giungerà la prossima sistole. Intanto, riascolto la colonna sonora di Departures e mi sembra quasi di essere alla fine di questo ennesimo viaggio.
Lascia un commento