La sera ascolto Keith Jarrett, leggo Rumiz. Parla di Trieste, delle vie che conducono a Vienna. Ripenso a quella Vienna conosciuta nel gennaio 2020, quando ancora progettavamo i viaggi per l’estate e rimanevo in coda per due ore per i posti in piedi alla Staatsoper, reggendo stoicamente all’assalto dei bagarini che proponevano karten a cento euro forte di una sorta di fratellanza spirituale con gli altri sconosciuti in fila. Allora guardavamo con disapprovazione chi cedeva al richiamo di un biglietto in galleria e ci rintanavamo nella nostra ferrea fiducia nel progressivo avvicinarsi all’entrata. Ripenso al Fledermaus, visto in quell’occasione, alla precisione dell’orchestra della Staatsoper, all’infinita fortuna che mi aveva messo davanti due simpatici signori russi che avevano impostato i sopratitoli nella loro splendida ma per me incomprensibile lingua natale costringendomi a ricorrere alle mie pessime competenze di tedesco per capire qualcosa della trama. Ripenso alle scalinate, ai ragazzi in giacca e cravatta, alla scoperta lenta del teatro, dei suoi luoghi riposti, della sua ricchezza da fine impero.
La neve di Vienna è lontana, in questi giorni di solitudine. Jarrett suona e tornano le immagini della Karlskirche, dei tentativi di incastrare i percorsi della metropolitana con quelli di tramvie e autobus per arrivare a Schönbrunn. Oggi la vita è ferma da tempo e le partenze si immaginano nei libri, nella musica che ormai si può solo ascoltare e non suonare. Gli amori sono lontani, separati dalle zone rosse e dalle quarantene e rimango da solo in un letto in periferia, con i miei silenzi da ascoltatore di storie che sente da tempo di non avere più nulla da raccontare. In fondo, penso, è quasi bella, questa tristezza. Profuma di ricordo e fa quasi affiorare intorno a me le strade d’Europa che ho attraversato, l’Oceano conosciuto a Cadice, la pioggia nelle vie di Cordoba, la scoperta di Klimt nei sotterranei del Palazzo della Secessione e non lo avevo mai apprezzato davvero e ne rimasi affascinato. Un tempo, questi erano i giorni in cui attendevo l’estate, ora l’inverno sembra ancora permeare le vie di Firenze e voglio solo rimanere qui, su questo letto disfatto, con Jarrett che suona una frase che ricorda vagamente un passaggio di Luci della ribalta su cui, quando ero bambino, si esibiva un clown di un circo che passava ogni estate nel paese di mio padre, giù in Abruzzo.
Mi rendo conto di scrivere transizioni. Con la musica, con le parole. Non riesco ad avere la sicurezza di un tema o di una storia. Mi soffermo nei tempi di passaggio, indugio nelle intercapedini tra una definizione e l’altra e le espando all’infinito fino a farne il centro della mia attenzione. Forse non è che questo, questo tempo, questa notte. Una lunga transizione in cui i frammenti del passato si affiancano caoticamente ai sogni di futuro senza che emerga mai niente che dia un senso a tutto. Emerge solo questa tristezza che non fa male, questa tristezza in cui è bello stare perché mi fa rifugiare tra le braccia di un libro, di una storia, del pianoforte di Jarrett che continua a suonare. Non si può chiedere un senso a questi giorni inquieti. Si può solo stare su un letto disfatto e sognare Vienna, come in uno di quei movimenti mahleriani che si dilatano all’infinito fino a disorientare e di cui alla fine non ricordi un tema, ma solo una vaga impressione.
Nella notte, Jarrett continua a suonare. In fondo, anche il concerto di Köln non è che un’infinita transizione.
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