Brahms, in primavera

Per quanto tempo avevamo atteso la primavera? Ottobre, mesi prima, ci aveva quasi sorpreso. Uscivamo dalle speranze delle sere d’estate, in cui tutto sembrava finito, la paralisi del tempo era stata solo una delle tante deviazioni della storia, qualche mese di ritardo sulle magnifiche sorti e progressive. A ottobre rientravamo tardi e stavamo a parlare per ore. Coglievo frammenti di storie da volti di donna nelle sere in Santo Spirito – non faceva ancora freddo e la birra costava poco più dello schiudersi delle anime prima del sonno e tutto era al suo posto. A teatro davano Brahms, la Prima Sinfonia, e non comprendevo gli anni del suo tormento, il peso delle parole di Schumann che lo avevano condannato ad essere il più grande autore di sinfonie dopo Beethoven, lo scivolare in una senilità precoce segnalata dalla barba incolta già a metà dei vent’anni. Il tempo, è vero, aveva rallentato, in primavera, per breve tempo, ma aveva ripreso ben presto a correre alla velocità che conoscevamo e non si potevano immaginare anni ed anni passati a dimenticare quelle parole sulla Neue Zeitschrift für Musik, anni a cercare di divenire pronti per un destino già scritto. Uscivo dal teatro e qualcosa mi sfuggiva. Forse si trattava della tristezza tragica di un uomo condannato a inseguire per sempre il passato, forse era quel lento trascorrere dei giorni che non era perdere qualcosa, ma avanzare lentamente verso una faticosa maturità.

Ottobre riportò la lentezza della primavera. Di nuovo, una paura sottile invadeva le giornate, di nuovo a cena si facevano i conti con i numeri dei morti, dei contagiati, ci si chiedeva se sarebbe successo anche a noi, se ce l’avremmo fatta. Durerà tanto, si diceva, ora l’estate è lontana. L’amore diventava un privilegio da vivere nei giorni di festa e la mano che desideravo stringere era lontana, spesso, e nelle sere di pioggia a volte ci si poteva sentire soli come non ci si sentiva da tempo. Anche la musica era finita, mesi di prove programmate erano svaniti, di nuovo i teatri erano chiusi e d’improvviso ero chiuso fuori dalla mia vita, da quella serena routine di concerti una volta al mese, dalla speranza di avere qualche pezzo eseguito, dall’idea di procedere come musicista o come compositore. Il tempo tornava ad avere il sapore delle lunghe attese, dei secoli in cui ogni inverno si attendeva la primavera per tornare a vivere e si contemplava lo scorrere dei giorni come se non ci appartenesse. Come gli angeli di Wim Wenders, la mia vita si popolò di storie, ascoltate o lette, tra le quali camminavo in un mondo in bianco e nero, sul quale mi era negato il privilegio dell’azione, e mi tornavano in mente quelle parole del Prufrock di Eliot, “Avrò il coraggio di turbare l’universo?”.

E infine eccomi là, alla fine della primavera. Avevo inseguito Rumiz tra le pagine delle sue peregrinazioni lungo il confine sovietico, osservato la redenzione del monaco Anatolij in Ostrov di Pavel Lungin e riscoperto aspetti della mia fede che credevo spenti – ripresi, allora, a leggere i libri dei profeti e a meditare i Salmi, cercando nel silenzio della vita la voce della mia ricerca di senso, un significato che venisse da tempi più duri e da altri esili. Avevo incrociato le vite sofferenti nelle vie di Genova raccontate da Milone, gli angeli di Wenders alla ricerca dell’amore di una trapezista che permettesse loro di avvertire, infine, qualcosa, di avere una loro storia e alla fine ero tornato là, di fronte a Brahms, all’inizio della primavera, quando le pagine di Murakami mi restituirono le impressioni di Ozawa Seiji sulle esecuzioni dei concerti per pianoforte del compositore di Amburgo e misi di nuovo nello stereo la Prima Sinfonia.

E forse credetti di intuire qualcosa di lui, di comprendere le ragioni di quel tempo passato a studiare, a meditare, a inseguire l’ombra di quello che doveva diventare. A dare forma a quello che altri avevano detto di lui, costretto a definire un’identità per allontanarsi dal passato. Per la prima volta riuscii a seguire le sue frasi prosastiche, che si perdevano tra le macerie della sintesi beethoveniana come il Danubio lungo i residui del mondo di ieri nelle pagine di Werfel e di Magris, che delineavano una storia complessa, articolata, meditata con il passare dei giorni e delle stagioni, contro l’icasticità del compositore di Bonn. In fondo, Beethoven parlava in musica utilizzando le regole dell’oratoria della Rivoluzione Francese – per prima cosa, iniziare le frasi con poche parole comprensibili che riassumessero il tema del discorso, quindi sviluppare i vari temi – Brahms descriveva l’Austria Felix con epica tostojana, con quella stessa capacità di mantenere una coesione interna pur passando pagine e pagine a descrivere la partecipazione di Levin al raccolto che si evidenzia in Anna Karenina o in Guerra e pace. Il mondo brahmsiano non era il mondo schubertiano, che affrontava la sconfitta di confrontarsi con il modello di Beethoven perdendosi in troppi temi, in troppi racconti che facevano smarrire, né il mondo mahleriano che esprimeva la molteplicità delle spinte pulsionali di una società viennese ormai prossima alla guerra, era forse invece l’ultimo tentativo di riunire la molteplicità dell’esistente in un unico canto.

Quando tornò la primavera, ascoltai di nuovo Brahms e fu tutto diverso. Vi trovai i miei sedici anni passati a leggere i romanzi russi, la musica che scorreva con la complessità dell’esistenza, permettendosi di non semplificare ma di indugiare sui dettagli. Vi trovai le pagine di Germinale che avevo amato all’epoca, il racconto appassionato di Zola degli scioperi sotto Napoleone III, vi intravidi frammenti di quell’illusione del naturalismo di poter racchiudere la realtà nella razionalità della parola. E compresi che forse quando avevo studiato Brahms, a diciannove anni, non ero pronto a comprenderlo, come del resto era avvenuto per tanta filosofia ai tempi del liceo. Avevo bisogno di un tempo di esplorazione, di un tempo di sedimentazione. E sul finire dei giorni della stagione morta mi sentii felice, al termine della Prima sinfonia.

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