Gli abiti di scena

La stanza al quinto piano aveva il sapore dei mesi trascorsi, dei silenzi, delle attese. Sarebbero venuti quando tutto sarebbe finito e li avrebbero liberati, così avevano detto, ma ormai l’alternarsi delle stagioni aveva fatto divenire tenue la speranza. I giorni si erano fatti sempre più impercettibili e lo scorrere del tempo era segnato dai cambi di vestiti ai primi freddi o al ritornare della primavera. Le riserve di cibo nella stanza dei bambini erano sufficienti per dieci anni, avevano detto, e ancora non erano neanche a metà, dunque dovevano esserne passati non più di cinque. Ma contare le primavere quando il tempo era solo un capriccio e nessuno arrivava più all’orario stabilito era solo un gioco e si stancarono presto di farlo. Attendevano.

Trascorrevano molta parte della giornata nella sala della musica, affacciata sul balcone che dava a est. Dalla finestra, a volte si intravedevano rare persone che passavano per strada, cinque piani più sotto, e avrebbero avuto voglia di gridare “Che sta succedendo? Possiamo uscire? È finita?” e invece rimanevano in silenzio – “Non fatevi vedere, non fatevi sentire – avevano detto – verranno tempi duri, è meglio non importunare le persone, non sapete cosa potrebbero farvi se sapessero che siete lì”. L’unica cosa che avevano concesso loro era suonare. Lei era stata una grande cantante, prima della grande chiusura, e quando le avevano riservato un appartamento di sopravvivenza le avevano raccomandato di continuare ad esercitarsi, volevano preservarla in quanto benemerita della Nazione e non avrebbe avuto senso se poi, una volta uscita, non avesse più saputo articolare neanche una frase. Lui la accompagnava al piano e lei cantava, raccontando le storie che l’avevano resa famosa, quella di Penelope che tradì Odisseo con il fisarmonicista del bar vicino al mare, o quella del soldato partito in guerra e accortosi sul fronte di Gorizia che non c’era nulla da celebrare nella morte della gioventù per un vuoto ideale di nazione. Cantava della crisi del Duemilanove, della chiusura dell’orchestra di Atene. A volte, apriva un grande baule in cui teneva i vecchi abiti di scena e si trasformava, diventava la soldatessa, la violinista, diventava Penelope o la piratessa Jenny di quella canzone di Weill. Il marito, al pianoforte, suonava, con la diligenza con cui un tempo aveva eseguito Schubert, con cui aveva improvvisato sugli standard jazz, con cui, in un pomeriggio dei suoi diciannove anni, aveva dato il suo unico concerto da solista interpretando Rachmaninov di fronte a dodici persone. Negli intermezzi, parlavano.

“A volte ho l’impressione di non avere mai vissuto. Che questo vuoto duri da sempre. Quando ci siamo conosciuti? Chi siamo? In fondo, per quanto ne sappiamo oggi, la vita di ieri potrebbe essere soltanto un inganno, una storia che ci raccontiamo per inventare un tempo in cui non siamo stati qui, in cui c’erano luoghi, fuori, che conoscevano il nostro nome e che ci erano familiari.”

“Siamo esistiti, anche se tu non ricordi. Ti ho conosciuta durante una prova, suonavo in un piccolo gruppo, allora, facevamo canzoni berlinesi degli anni Venti, tu venisti a cantare e io ti guardavo, sera dopo sera, mentre le stagioni passavano e piano piano il mondo si accorgeva di noi e alcuni discografici iniziavano a popolare i nostri concerti. Eri così bella, allora, avevi ventidue anni, o forse qualcuno di più, non ricordo. Alla prima prova non ebbi il coraggio di chiederti il nome – nessuno lo ebbe e così rimanemmo indecisi su come chiamarti per qualche tempo, poi lo vedemmo scritto sulla terza pagina di un libro di poesie che portavi sempre e iniziammo timidamente ad evocarti. Sei diventata concreta lentamente, per molto tempo quasi non esistevi, poi hai avuto un nome e, dopo qualche tempo, quando trovai il coraggio di chiedertelo, una storia.”

“E se questo non fosse vero? Se questo non fosse mai accaduto? Se la vita non fosse sempre stata questa, se questo silenzio non fosse in realtà quello che abbiamo conosciuto fin dal primo giorno e questa lingua, che crediamo di utilizzare per comunicare con l’universo, in realtà non fosse il nostro modo privato di sfuggire all’oblio?”

“Ricordo che era un giorno di maggio. Camminammo insieme sulle mura della città. Allora, c’era un’altra guerra, lontano, in terre che avevamo sentito nominare solo di sfuggita, e in qualche modo ci sentivamo felici, io lì e tu al mio fianco e io pensai che forse avresti potuto essere la persona che avrebbe risanato le mie ferite, che mi avrebbe curato.”

“Tu ne parli e io ricordo le tue parole, ma ho dimenticato l’odore, ho dimenticato il tuo sguardo quel giorno sulle mura, ho scordato i tuoi silenzi, ho scordato che effetto mi facesse guardarti ancora non sapendo il tuo e il mio amore, il tuo e il mio futuro. Ricordo di più i miei sogni, quei sogni vividi che faccio ogni notte in cui sono Penelope, Persefone, Antigone. Ricordo… ieri mi hanno messo a morte per aver rispettato le leggi degli Dei, in un altro giorno che non rammento ho ucciso e sono fuggita e mi sentivo così libera, così libera e alla stazione dei treni ho preso il rapido per Vienna e il tempo aveva di nuovo un senso e di nuovo scorreva.”

“Avevo vissuto dall’adolescenza con le mie costrizioni, con gli obblighi, con le cose che vanno fatte. Ero stato un buon figlio, un buono studente, ma non c’ero mai stato davvero, nella mia vita. Non ero mai salito su un treno fermo alla stazione solo per vedere l’effetto che fa, non avevo mai fatto due fermate per arrivare nella città vicina solo per fare un giro nel centro medioevale, non avevo mai corso nella notte solo perché ne avevo voglia, non avevo mai suonato il pianoforte della stazione per cantare la canzone del soldato morto in guerra senza rancore. Avevo fatto le cose giuste, ma non avevo trovato il mio volto, avevo solo indossato quello che mi avevano detto di indossare. Poi sei arrivata tu e abbiamo preso i primi aerei e ho scritto nuove canzoni. Di notte, inventavamo la vita che avremmo voluto attraversare, di giorno viaggiavamo da un luogo all’altro e ci prendevamo sempre un’ora in cui fare ciò che volevamo, che fosse fuggire dall’ennesima intervista oppure ordinare tutte le pizze del menu del ristorante per poi fuggire senza ritirarle. Allora, scoprii la mia adolescenza e avevo già ventisette anni e tu eri così bella e la libertà sembrava lì a un passo.”

“Mi dicesti che ti eri innamorato di me, questo mi hai raccontato. Era una sera di primavera, forse, non ricordo. Avresti voluto baciarmi dietro la siepe del giardino in cima alla collina, guardando la campagna che si stendeva dietro la città, ma ne avesti il coraggio solo più tardi, quando, sulla porta dell’automobile, ti stavo ormai salutando. Questo mi hai raccontato, eppure io potrei raccontarti che è solo un tuo sogno e che questo è solo il sogno di Antigone, condannata a vivere ogni giorno la sua eterna morte.”

“Diventasti famosa, ci sposammo. Comprammo questa casa, ma prima che potessimo avere figli vennero, all’alba, a dicembre. Dissero che era necessario che rimanessimo qui, che fuori era diventato pericoloso stare, che si poteva morire e che la cultura del nostro Paese non poteva permettersi una simile perdita. Rimanete qui, ci dissero, verremo a chiamarvi quando tutto sarà finito.”

“Quella, là in fondo, è la porta dalla quale entrarono, ora credo di ricordare. Dietro, mi sembra che ci fosse una lunga scala e poi la strada. In fondo, la stazione e il treno. Credo di ricordare. Ci hanno tolto tutte le foto, ci hanno tolto tutto quello che ci potesse far comunicare con l’esterno ed eccoci qui e ora forse ricordo il tuo volto di ragazzo, confuso con la realtà dei sogni.”

“Apriranno la porta, torneranno. O forse la apriremo noi. Ci hanno detto di non farlo, ma non l’hanno chiusa a chiave. Uscite, se volete, hanno detto, ma a vostro rischio e pericolo. Noi siamo rimasti qui perché così era giusto, perché così ci era richiesto. Dietro la porta, ci sono i nostri ricordi, le nostre vite, hanno nascosto le nostre foto in una rientranza nel muro, subito fuori.”

“E se aprissimo? Se andassimo al di là, se provassimo a vedere se è vero ciò che ci hanno detto o se ci hanno ingannato? Andremo di là, scenderemo le scale e prenderemo il treno e tutto sarà come prima e ritroveremo tutto quello che è stato nostro, non vedremo più questo vecchio divano, queste imitazioni di Klimt appese alle pareti, questo grande tavolo rotondo su cui mi dici che un tempo pranzavamo con i nostri amici, questo grande pianoforte accanto al quale creo storie che non riesco più a distinguere dalla verità.”

“Magari non c’è niente, di là, o forse c’è la morte. Qui possiamo essere chi vogliamo, di là dovremo fissarci in un’immagine, in un volto. Di nuovo, tu sarai la grande cantante e io sarò il tuo compagno e ti vedrò negli intervalli tra i concerti e non ti potrò più raccontare la vita, non potrò più guardare il tuo volto al mattino, dovrò attenderti nelle intercapedini della sera, sperando che tu non sia troppo stanca per parlare o troppo ubriaca.”

“Davvero era questa la vita? Davvero era questo non parlarsi, non vedersi?”

“Lo è stato a lungo. Questi sogni, questi giorni, sono molto più vividi dei giorni sbiaditi che si ripetevano un tempo, in cui il ritmo del lavoro ci allontanava, non avevamo più tempo per l’amore, per la bellezza, per l’arte, tutto era scandito dalle prove e dai concerti e non riconoscevo più lo sguardo che ti avevo visto negli occhi quel giorno sulle mura.”

“Stanotte ho sognato di aprire la porta. Tutto era deserto. Scendevamo le scale e arrivavamo in strada. In fondo alla strada, la stazione, alla stazione, il rapido per Vienna. Nessuno ci riconosceva, era passato troppo tempo, eravamo troppo cambiati, partivamo e diventavamo altro, tu venditore di pubblicità per i giornali locali di Graz, io trapezista in un circo.”

“È un bel sogno, ma fuori di qui dovremmo tornare a pensare a come mangiare, a come soddisfare i nostri bisogni. Qui la dispensa è sempre piena e il corridoio ha una immensa biblioteca con tutti i libri mai scritti. Ogni giorno ne prendo uno e ogni giorno lo finisco. Non c’è noia, bisogna solo ricordarsi chi siamo per non sbiadire.”

“Non ha senso raccontare una storia che non ha futuro. Dammi la mano. Ora aprirò la porta e saremo di nuovo liberi e fuggiremo via. Vedremo cosa accadrà.”

“Sei folle.”

“Lo siamo entrambi.”

Fuggirono con un vestito da sposa e con un vecchio frac. Il rapido per Vienna partiva alle nove. Presero le foto nel muro e si riconobbero di nuovo, lei ritrovò il volto di lui nei giorni del loro primo amore, lui rivide le mura su cui aveva sognato la libertà.

Mi hanno raccontato questa storia più volte, durante i miei viaggi. Alcuni sostengono che si trattasse della Regina e del Principe, due senza fissa dimora morti assiderati il 24 dicembre 2020 nella stazione di Firenze, mentre la città ascoltava le notizie sulla pandemia. Altri che fosse un racconto di una vecchia infermiera del manicomio di San Salvi su due degenti che erano riusciti a fuggire. Non so chi abbia ragione, è una storia raccontata da molti e contaminata dalla fantasia di tanti. Eppure, a Graz, una sera mi sono fermato in una birreria gestita da un italiano. Dentro, una donna con gli occhi azzurri sulla quarantina cantava una canzone berlinese degli anni Venti. Dietro il banco, un uomo con i baffi sottili citava a memoria in italiano le parole di centomila poesie che diceva di aver letto e memorizzato in lunghi anni di clausura. Ordinai una birra, mi sedetti al tavolo. La mia compagna, quella sera, mi trovò stranamente silenzioso.

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