Il senso di Donnarumma per il tempo

In questa sera d’estate, di nuovo incontro la mia malinconia. Fa fresco – è una di quelle sere di luglio in cui durante il giorno ha piovuto e non si sono sentite le cicale né le tortore, solo il rumore sottile della pioggia sui vetri. Le luci della strada, che un tempo sognavo come California in minore, rimandano ai miei diciott’anni passati su una terrazza a leggere Montale, ai miei quattordici anni ad ascoltare i Doors, alle poesie scritte troppo presto o troppo tardi. Stasera ascolto Serge Reggiani, canta di alberghi in cui ci si dice addio e poi si va via, come gli attori che rientrano a casa anche quando muoiono sulla scena, e mi ritrovo alla fine di questi tempi di chiusura, questi tempi di Covid che hanno sospeso la vita di ognuno, povero di ricordi, povero di giorni che abbiano dato al tempo il senso di progredire, povero di un significato da dare a questi anni. I festeggiamenti per l’Europeo, una settimana fa, sono l’unico riferimento riconoscibile in un mare in cui abbiamo perso la curiosità di un incontro o di una serata a teatro, la possibilità di inventare per ogni anno una storia diversa, di iniziare qualcosa che permettesse di bloccare il tempo dandogli senso.

Ho vissuto i miei vent’anni ai confini della clausura. Le stagioni e gli esami passavano, ma solo il cambio della luminosità del sole oltre la finestra dava una direzione, per il resto non c’era nulla, nessuna sera da scoprire, nessuna persona da aspettare. Vennero i ventisette anni e mi sembrarono lunghissimi. Mi sembrò di vivere dieci anni in pochi mesi, di recuperare tutto ciò che avevo smarrito nell’immobilità in cui ero rimasto immerso dalla fine del liceo in un bagliore improvviso. Il tempo di nuovo scorreva, di nuovo lasciava che la mente gli desse forma, di nuovo si popolava di incontri, di volti, di serate su un balcone ad aspettare le quattro del mattino e a cercare di cogliere un frammento dell’esistenza. E furono così i ventott’anni, i ventinove. Il 2020 ha portato con sé di nuovo quella stasi antica, quel senso di lasciarsi vivere che angoscia e soffoca e che a volte non lascia altra possibilità che fermarsi a immaginare, ma anche l’immaginazione, in tempi di “poca vita, sempre quella” sembra inaridirsi. Bisogna vivere per immaginare ed è difficile, quando i giorni scorrono senza alcuna direzione nuova, con una costante iterazione di pochi temi, come in quel brano di Terry Riley in cui pochi moduli vengono ripetuti e sovrapposti dagli strumentisti.

In questa sera d’estate, la malinconia sotto le pale della ventola, Serge Reggiani che canta di amori smarriti nell’hotel dei viaggiatori, forse mi sembra di comprendere perché negli ultimi giorni ho ricercato quasi ossessivamente i video dell’Italia campione d’Europa. Davano senso. Era successo qualcosa, qualcosa da raccontare, qualcosa su cui costruire una narrazione di questi giorni diversa da quella stasi che alla fine era riassumibile in una di quelle aperture icastiche di cui era maestro Marquez – “Quando il tempo si fermò, sulle prime non se ne accorsero. Si svegliarono due anni dopo e non avrebbero saputo dire dei giorni che erano passati.” Qualcosa del genere. Ora gli anni anonimi in cui tutto era diventato paura, solitudine, ascolto attento dei giornali della sera e visite delle USCA il sabato mattina avevano un frammento di riconoscibilità, un momento in cui ci eravamo tornati a guardare negli occhi e a parlare di altro. Un senso, certo transitorio, ma ogni senso che diamo al reale è transitorio. E allora mi attacco a questo frammento di realtà come nel 2012, nel mezzo dei miei anni di crisi, mi attaccai a quella nazionale di Prandelli che arrivò seconda a Kiev e poi alla Fiorentina di Montella e ai suoi quarti posti. Alla fine, il calcio è una cosa semplice quando lo si guarda, non ci sono che emozioni perché si può prevedere ben poco. In fondo, forse è di cose semplici che ho bisogno in queste sere di malinconia. Di un frammento di emozione.

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