L’ultima notte sognai il mare a Zambra
il dolore del viaggio
e sulle onde che si infrangevano sulla malinconia della sera
la tristezza dei nostri sguardi persi ritrovati in un altro tempo in Lucchesia.
L’immobilità dei giorni ci travolse.
Un inverno viennese
ci aveva illuso con le fiabe di Werfel sulla neve sottile di Karlsplatz
ma la modernità démodé del McDonald’s all’angolo
già colorava la sera con fantasmi ungheresi
con le ombre del Diciotto, con i sogni imperialregi
affondati sotto le troppe voci dei caduti.
Ignoravamo, allora
che il nostro tempo moriva della lenta morte di Vienna
nostri erano gli incubi della felix Austria sul divano del dottor Freud,
nostri i canti mahleriani prima della caduta.
Ignoravamo, allora,
che ormai i giorni concessi
colavano lenti sugli ultimi tremiti delle candele spente
mentre Teresa disegnava la Cina sopra al tavolo verde
e il Kaiser si alzava alle sei per controllare
che la donna di Samarcanda giungesse a Sarajevo per tempo.
Il sottile frinire delle stelle insonni
cela tra i fili d’erba
un destino che tace.
In questa scheggia di rugiada
in questo attutito bagliore di esistenza
è troppo il tempo che ho dimenticato.
La canzone che appresi nei giorni di adolescenza
e che dissero mia su un pianoforte alla finestra
poco lontano dal mare
scorse via dai recessi della memoria nella bonaccia d’autunno
per non cercarvi più approdo.
Forse
parlava di un’infanzia in cui credetti il mondo un teatro
che recitava per me perché io fossi felice
e la mia gioia era il senso di ogni cosa
e i miei occhi tutto quello che bastava
o forse
di una notte al balcone, a ventisei anni
quando tu perdesti la strada e avresti dovuto partire
e io smarrii un silenzio del cuore
velato dalla solitudine della pioggia di luglio
quando le cicale morirono e il ritorno dell’estate
si nascose pauroso oltre le tende del salone.
Solo, ricordo
il suono della tua voce in questo teatro abbandonato
di cui per troppo tempo abbiamo vegliato il sipario calato
nell’attesa che ricomparisse il capocomico
per lo spettacolo delle nove.
I tuoi capelli si increspavano sotto le dita
e dicesti che era bello avermi accanto per attendere la notte
nella polvere di una rappresentazione sempre rimandata
e che se l’eternità era quella saremmo stati tu ed io
le nostre storie, i tuoi capelli, le tue dita, i nostri sguardi
e sarebbe andata bene così.
L’angoscia di vivere si medica con gli amori
con le poesie
con le partenze.
Ho sottratto all’oblio i frammenti del tuo volto
e quando li ho davanti
le emorragie dell’anima sembrano arrestarsi.
Mi porterai di nuovo ai confini del mare
quando il teatro avrà chiuso dopo l’ultima replica
e bagnandoci nelle acque sotto l’ombra dei pini
nel pomeriggio estivo la notte sarà lontana
e di nuovo mi parlerai di treni da prendere
di navi per la Grecia
delle tue fantasie invernali al Polo Nord
e il tempo sarà di nuovo il nostro tempo
e l’eternità di cera si scioglierà in silenzio.
Allora, di nuovo
la vita sarà un gioco sulla sabbia dei nostri giorni
e l’amore una storia di bambini che corrono nel vento del primo autunno
allora le onde ci lambiranno le caviglie
e saremo ancora tu e io
con i nostri riflessi di volti per curare la malinconia
con il calore delle nostre mani per indicare la strada ai nostri sogni
e cammineremo così, come se niente fosse accaduto
e ci illuderemo (o sarà vero)
di aver ingannato il tempo con uno sguardo
l’eternità in un abbraccio
e la fragilità dell’universo
con l’inconsapevole consistenza di un bacio.
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