Tempi fluidi

Mentre agosto finisce – questo agosto dei miei trent’anni in cui mi sento sospeso in un angolo in cui nulla sembra accadere, come in una stazione in cui i treni non arrivano mai – i luoghi sembrano talora condurmi in altri tempi, riportarmi alle sensazioni e ai pensieri che avevo in altre estati della mia esistenza. Il libro di Erica Cosentino che mi accompagna mentre le giornate tornano ad accorciarsi evoca i viaggi mentali nel tempo, la capacità che abbiamo di ricostruire il passato e di costruire un possibile futuro visualizzandolo dal nostro punto di vista, come esperienza vissuta da noi, e mi tornano in mente quelle pagine di Siegel che spiegavano come certi luoghi potessero farci tornare in determinati stati del Sé che credevamo appartenere ormai al passato e come quindi in determinate situazioni potessimo sentire ancora quell’insieme di sensazioni, pensieri e rappresentazioni di noi stessi di quando eravamo bambini o adolescenti. In questi giorni il tempo sembra labile, fluttuante, forse sono le giornate pigre di questa estate immobile, forse una fase della vita in cui ogni progetto è in attesa e in cui pertanto è difficile proiettare i giorni in una prospettiva definita. Dunque, il passato non sembra così lontano e riemerge, inaspettatamente, mentre mi muovo sulla costa abruzzese in cui vengo fin dall’infanzia a passare le vacanze o mentre risalgo nell’interno per arrivare ad Atri, con le sue chiese medioevali e le luci intorno al palazzo Ducale a sera che sanno dei giorni d’inverno in cui il centro di Firenze attende il Natale.

Nelle acque dell’Adriatico mi sento di nuovo bambino e di nuovo il mondo sembra terminare al confine della spiaggia e l’unica questione importante è quanto allontanarsi dalla riva, se giungere o no alla secca che apre la via per il mare aperto, quanto rimanere immersi. I pensieri scivolano e non rimane molto del passato, del presente e del futuro, solo pochi frammenti, poche immagini che sembrano appartenere ad anni ormai smarriti nella memoria. La solitudine nell’Adriatico al mattino è un luogo mentale fatto dalla ripetizione delle sensazioni delle immersioni, anno dopo anno, che riaffiorano insieme ai pensieri appena tocco l’acqua. In questo spazio mentale e acquatico avevo progettato un libro, tempo fa, qui avevo pensato a cosa fare circa un amour de jeunesse, qui avevo vissuto la durezza di molte crisi in anni meno sereni. A sera vado a vedere i Modena City Ramblers ad Atri, dopo quindici anni dal primo concerto a cui ho assistito. Mi rendo conto che forse uno dei motivi per cui continuo a vederli è che quando sono lì le canzoni mi riportano a quell’autobus diretto a Bardonecchia, a quindici anni, quando me li fecero conoscere, alle immagini di quella notte passata insonne ad attendere l’alba, a quelle conversazioni che per la prima volta mi fecero sentire adulto o quantomeno un po’ meno bambino.

Il tempo fluttua, in questi giorni abruzzesi, ed evoca altri tempi. Ma non è memoria, non è una semplice rievocazione di quello che è stato. È, invece, aprire una porta sulla persona che sono stato, sentirmi – o credere di sentirmi – esattamente com’ero allora, come se le esperienze intercorse non avessero contribuito a trasformarmi. Su un sedile di un treno stipato di persone, leggo Feyerabend mentre torno a casa e ascolto i nomi delle stazioni mentre fa buio. Fuori, l’estate finisce e non so che senso dare a questi giorni sospesi in attesa di settembre.

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