Lettera a una vecchia amica sul destino

1 gennaio 2022

Anni fa, ricordo, ti ho detto che avrei voluto essere un uomo della Felix Austria, uno di quei personaggi raccontati da Werfel che portavano sulle spalle la prossimità della fine e l’incertezza dell’esistere e che rifiutavano l’idea britannica di vivere in funzione del proprio lavoro, bensì richiedevano alla propria professione il necessario per strutturare la propria esistenza al di fuori di essa. Anni fa, ricordo, ti parlai di Billroth, noto chirurgo viennese, che non amava molto la medicina, ma inventò due o tre interventi di chirurgia dello stomaco che rimasero in voga per qualche tempo e che preferiva dilettarsi al violoncello e frequentare Brahms. E forse pensavo anche a Schitzler, medico per proteggersi dall’ombra del padre, che si licenziò dall’ospedale per dedicarsi al teatro il giorno in cui questi morì. Questo vorrei essere, ti dissi allora, un uomo che vive in un insieme di mondi senza essere pienamente compreso in nessuno, che si definisce con l’insieme delle strade che ha percorso, anziché per la scelta di un singolo cammino. Per molto tempo ho dimenticato le parole che ti avevo detto e per molto tempo mi sono interrogato sul mio ruolo nel mondo, sulla posizione da prendere per essere pienamente, assolutamente qualcosa, scegliendo definitivamente il mio volto.

Stamani era il primo giorno dell’anno. Dalla finestra filtrava l’odore di legno bruciato degli inverni della mia infanzia, in Abruzzo, con il tepore del caminetto a illuminare figure familiari che ora ricorrono solo in certi sogni estivi quando le credo ancora presenti. Avevo sognato – non so, forse la rivoluzione, forse la voce di mio nonno in un tempo indefinito. Fuori c’era la nebbia e leggendo Gadamer a letto, Foxtrot dei Genesis in sottofondo, mi sono ricordato di te, delle mie parole e ho capito che capire cosa scegliere era un falso problema, presupponeva la necessità della scelta, il definirsi completamente in una strada da percorrere. E invece, in questi tempi sospesi in cui attendo il mio destino, forse la definizione che mi devo dare non viene da ciò che diventerò, ma dalle strade percorse in passato, dalle trecento deviazioni che io – e solo io – ho percorso. Dai pomeriggi passati ad ascoltare Mahler come dai miei studi, dalle parole scritte e lette come dalle pagine dei lirici greci studiate al liceo, da Eliot come dal Cielo sopra Berlino. Il pensiero mi ha rasserenato. Rimango al crocevia della mia vita, in attesa di un destino, ma con la consapevolezza che quel destino non avrà mai il potere di dirmi chi sono.

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