Niente è meno conservatore del genere apocalittico. Ed essendo un genere apocalittico apocrifo, mascherato, cifrato, può imporre una deviazione per ingannare un’altra vigilanza, quella della censura.
J. Derrida, Di un tono apocalittico adottato di recente in filosofia
I tuoi occhi, i miei occhi, qui, nell’angolo della camera. Sul comodino, un libro che parla del compimento dei trent’anni come perdita di possibilità. Ti ho parlato di questo tempo che crea apocalissi – la temporalità di questo presente senza futuro, di questo grigio fallimento capitalista in cui i domani migliori sono diventati uno sporgersi sul ciglio del burrone e, se non è stato il virus a distruggere tutto oggi, saranno i Russi domani e i cavalieri del libro di Giovanni sono sempre in viaggio. Abbiamo creduto nel futuro, forse non era il futuro brillante reaganiano, quello in cui la libertà sarebbe giunta ovunque e ci avrebbe reso felici, ma già quello pessimistico dei laburisti di Blair, in cui per raggiungere un luogo sereno nella tempesta del capitalismo liberale era necessario essere più formati e più studiosi degli altri. Ed eccoci qui, vent’anni dopo, Tony è chissà dove e noi ascoltiamo i media raccontarci dell’ennesima apocalisse alle porte carichi dei nostri anni di studio, dei libri letti e studiati, della tristezza di una generazione nutrita di cultura in attesa della fine, come gli animali ingozzati per il macello.
È un presente senza passato e senza futuro. La memoria non ricorda i racconti di ieri, non permette di trovare una vicinanza tra le strutture narrative sulla fine del mondo sottese agli anni della pandemia, in cui il diffondersi del virus diventava l’immagine dell’ultimo orizzonte, prefigurando un futuro stabile di alterazione radicale dell’esistenza, e i venti odierni che suggeriscono, sommessi, la possibilità di una guerra mondiale. Probabilmente, dunque, abbiamo bisogno della fine del mondo, di sentirci nel momento definitivo a cui non ne seguiranno altri, in una sorta di versione in negativo della fine della storia profetizzata da Fukuyama dopo il crollo dell’Unione Sovietica. Allora, si apriva un’eternità di pace e di prosperità, in cui il turbocapitalismo avrebbe reso tutti felici. Oggi, ad aprirsi sono gli elementi del disastro: le guerre mondiali, la pandemia che modifica costantemente il nostro stile di vita. Forse siamo solo orfani di futuro e per questo rendiamo eterno il presente, sentendoci sempre alle porte della chiusura di conti finale.
A sera, in piazza Sant’Ambrogio, ai piedi della scalinata della chiesa un gruppo canta degli stornelli toscani. Io, in un angolo, leggo Derrida che scrive che il genere apocalittico è il meno conservatore. Mentre guardo la sinagoga oscurarsi sotto il sole che scende, sento di nutrire qualche dubbio a riguardo: se non si può pensare un futuro diverso dal presente, se la fine del presente coincide con la fine della vita e di tutte le strutture che la rendono possibile, non è più pensabile una lotta per un avvenire diverso. Forse parlare costantemente di Apocalisse serve a questo, a spegnere ogni residuo sogno, ogni possibilità residua di progettare un’alternativa al reale. Quando chiudo il libro, la sera sembra anticipare la primavera.
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