Tenco, la malinconia e le fluttuazioni del tempo di una sera di primavera

E lontano, lontano nel mondo
In un sorriso sulle labbra di un altro
Troverai quella mia timidezza
Per cui tu mi prendevi un po’ in giro
E lontano, lontano nel tempo
L’espressione di un volto per caso
Ti farà ricordare il mio volto
L’aria triste che tu amavi tanto
E lontano, lontano nel mondo
Una sera sarai con un altro
E ad un tratto, chissà come e perché
Ti troverai a parlargli di me

L.Tenco, Lontano, lontano

La malinconia di Tenco pervade la sera. Sono seduto sul letto, il sonno ancora latita e il libro di Eshkol Nevo mi attende invano gettato sul tavolo della camera. Tenco canta e mi riconosco, mi riconosco nella timidezza, nell’aria triste che tu amavi tanto. Una donna, un tempo, mi disse che avevo gli occhi tristi anche se ridevo e in questi momenti non so se la velatura malinconica di queste sere di primavera sia la transitorietà di un divenire, un momento come tanti, oppure ciò che rimane sempre al di sotto dell’inquietudine dell’anima.

Tenco canta ed entro nello spazio buono della tristezza, in quella sospensione del tempo che ho immaginato in altri anni che fosse tipica della morte, in cui le incombenze dei giorni svaniscono e ci si immerge in un presente di sentimenti tenui, in cui i ricordi sono solitudini di un pomeriggio davanti a scuola, a quindici anni, e forse avrei dovuto dirle che mi piaceva o forse no, è andata meglio così, e sono i vuoti di esistenza di una notte di luglio in cui scrivevo poesie in una casa che non esiste più e una fisarmonica suonava in lontananza. Lontano, lontano nel mondo/una sera sarai con un altro, canta, ora che il tempo non ha più profondità, ora che il tempo si distende in una sincronia in cui sembra che tra un attimo mio padre aprirà la porta e sarà ora di andare a scuola, in cui forse se cerco bene sul tavolo avrò ancora un libro da terminare dopo essermi sentito grande per la prima volta, in cui sto per immergermi in quella notte a Bardonecchia quando facendo tardi per guardare l’alba e parlando della mia vita avvertii che qualcosa era cambiato e il bambino di ieri si allontanava nel passato lasciandomi di fronte a qualcosa che ancora non conoscevo. La notte unisce frammenti di ricordi, attimi in cui mi sono sentito completamente immerso nel presente, in cui la presenza dell’altro, della musica, del silenzio faceva svanire ogni pensiero rivolto avanti o indietro e tutto rimaneva lì, in uno scorrere che non si definiva e mi lasciava l’impressione di essere immerso in un mare di sensazioni, emozioni e parole. Forse anche ora mi sento così, ora che l’identità si sospende – sono io? Sono la stessa rigida identità che si fissa al suo ruolo, ai suoi doveri, al suo setting? – e si limita a fluttuare tra le sensazioni e i ricordi e scopre che il bambino partito quella sera in montagna è nell’angolo della stanza e attende che lo chiamino per la cena.

Vedrai che cambierà, canta, e penso che è difficile essere adulti, credevo che sarebbe venuto un momento in cui tutto sarebbe stato chiaro e le regole della vita sarebbero state spiegate nella loro semplicità e invece il tempo non porta che dubbi e la cristallina certezza dei grandi si rivela non essere altro che una disillusione di bambini che hanno smesso troppo presto di giocare. In questa sera di primavera, non so dirti come e quando/ma vedrai che cambierà, di nuovo il tempo è un gioco e le regole della vita sono da inventare e si può immaginare come allora che tutti siano attori che recitano per la mia felicità o che sia possibile fermare il tempo, invertirlo, tornare a quel pomeriggio davanti a scuola e provare a non cambiare proprio niente, tanto è andata bene così, ma rimanere a sentire com’era essere se stessi allora, senza sapere niente del futuro e senza sapere se quell’occasione mancata sarebbe stata irrevocabile. E quindi Tenco canta e riempie il vuoto malinconico di una sera di primavera. Vorrei dirgli che lo sento vicino, che i momenti di tristezza da cui nascevano le sue canzoni (Scrivo canzoni tristi perché quando sono felice esco) forse sono vicini ai miei, ma so che sarebbe un’illusione, siamo monadi chiuse alla possibilità di comunicare completamente e quindi questi momenti di nostalgia e malinconia, questo mare orizzontale del tempo liquido in cui le rappresentazioni e le sensazioni del passato diventano un flusso in cui immergersi non sono probabilmente neanche vicini a quei giorni di Genova. Eppure, non mi importa, mi tengo la mia illusione, in questa notte di primavera che non ha anno, non ha giorno, in cui c’è solo la musica, la tristezza, la nostalgia. E ascolto, in silenzio.

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