Ora Teresa è all’Harry’s Bar
Guarda verso il mare
Per lei figlia di droghieri
Penso che sia normale
Porta una lametta al collo
È vecchia di cent’anni
Di lei ho saputo poco
Ma sembra non inganni
E un errore ho commesso – dice
Un errore di saggezza
Abortire il figlio del bagnino
E poi guardarlo con dolcezza
F.De André, Rimini
In questa mattina di aprile, dalle casse dello stereo sotto la finestra, nella voce di De Andrè, Teresa all’Harry’s bar guarda svanire i suoi sogni da figlia di droghieri che si immaginò erede di pirati. Rimini è il disco di una parte dolente della mia adolescenza, quella che, dopo aver sfogato la sua rabbia nelle viscere delle chitarre degli Iron Maiden e dei Metallica, si ritrovò a diciassette anni con le sue aspettative deluse, con l’impressione di aver perso un luogo buono in cui tutto era ancora intero senza aver trovato nulla che lo sostituisse. Allora, non capivo fino in fondo cosa significasse la storia di Teresa, non comprendevo che era la voce di una Madame Bovary che leggeva la realtà attraverso i suoi libri e che alla fine si trovava a confrontarsi con un aborto e con l’abbandono da parte di un bagnino senza nome. Mi riconoscevo però in Sally, in cui l’anonimo narratore in un giorno all’alba dell’adolescenza contravveniva al divieto materno di giocare/con gli zingari nel bosco e veniva condotto via da Sally, incontrando un’età adulta costellata dal dolore, dalla dipendenza da eroina di Pilar, dalla seduzione del Re dei Topi. E non tornava mai, anzi, diceva Dite a mia madre/che non tornerò, dunque rivendicando il percorso di allontanamento da casa o forse riconoscendolo come una rottura non sanabile, come se, come l’ostrica sullo scoglio citata da Verga, una volta staccatisi dalla patria infantile non fosse più possibile farvi ritorno. Forse il protagonista della canzone è un po’ lo ‘Ntoni dei Malavoglia, che non può più rimanere ad Aci Trezza e alla fine la lascia per sempre riconoscendosi nel mare, che non ha paese nemmen lui ed è di tutti quelli che lo stanno ad ascoltare.
Ci sono giorni in cui sento il bisogno di immergermi di nuovo in quel senso di smarrimento dell’esule da una patria perduta, in quel senso di appartenere a un altro luogo, a un altro tempo, in cui sento il bisogno di spiegarmi l’estraneità dallo scorrere dei giorni con la rivendicazione di un nucleo narrativo solo mio, con la conoscenza di una lingua appresa chissà dove e che non può essere più parlata che nei soliloqui. Donatella Di Cesare, nel suo libro su Derrida e Gadamer, cita la dispersione delle lingue di Babele per sottolineare la condizione dell’uomo che si confronta con altri che non può comprendere fino in fondo, che parlano con parole straniere e devono essere dunque decodificati. Forse c’è qualcosa di più. Non è solo il sentire di parlare una lingua diversa dall’altro, ma il sentirsi immersi in un bilinguismo in cui da una parte vi è un universo di significati condivisi, che possono essere trasmessi attraverso la parola, dall’altro vi è una seconda lingua propria, segreta, i cui contenuti sono i soli a poter dire l’anima e che esprimono il fondo delle emozioni, delle sensazioni, dei sogni e solo difficilmente possono essere tradotti nei termini della lingua comune. È un sentirsi intraducibili non solo rispetto all’altro, ma anche a se stessi, nel momento in cui il fondo dell’esperienza che si sente più proprio ed essenziale non può essere detto fino in fondo, non può essere espresso a se stessi e quindi rimane in una lontananza inattingibile. Se gli dei di Hölderlin hanno abbandonato l’uomo, anche l’uomo si è inabissato rendendosi visibile a se stesso solo sotto il pelo dell’acqua, permettendosi di percepire solo a tratti nel suo sentimento di esistere qualcosa che sia traducibile in parole, che possa essere detto a se stesso, che possa costituire un nucleo identitario in cui riconoscersi, per quanto fragile. La patria lontana siamo noi stessi e cerchiamo di raggiungerla (di raggiungerci) con i sogni, con le letture, secondo quel processo di costruzione dell’identità narrativa attraverso il riconoscimento di sé nelle pagine dei libri e nei racconti degli altri di cui mi parlano in questi giorni i testi di Ricoeur. Oggi il mio processo di costruzione si ferma su Rimini, sulle immagini dell’adolescenza, sul protagonista di Sally che lascia l’infanzia per non farvi ritorno. E mi sento un po’ così, perduto, smarrito nella separazione da qualcosa di profondo dopo una unità iniziale. Ma è tempo di uscire e la vita, come il treno che non finisce mai di cui parlava Dalla, mi trascina di nuovo all’aperto, al sole, a questa timida primavera.
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