Quando Ulisse si volse
forse vide l’aratro abbandonato sulla spiaggia
Telemaco che giocava nei solchi riempiti dal mare.
Guardò il suo bagaglio di tristezza
le canzoni di Endrigo, Tenco in una notte di gennaio smarrita prima del silenzio
i volti dei padri, dei fratelli che si infrangevano nel riflesso del sole nelle acque profonde
e lasciò che la nave scivolasse oltre il velo dei confini noti della vita
per raccontare altre storie a una Nausicaa di altri tempi
in un altro luogo, sotto la luna d’estate.
Pensava
che l’esistenza è costruita su passaggi impercettibili
e solo dopo chi li guarda si accorge che quello era il punto di rottura
la svolta del libro in cui cambia tutto
il primo granello di sabbia a gettarsi in mare.
Eppure, quella nave sulle acque lacerava il tessuto della sua vita
con un rumore che era impossibile non udire
e dunque assisteva il passato morente
senza il conforto di non sapere la perdita
di non avvertire i frammenti scivolare dalle dita
i frammenti di volti dei giorni trascorsi.
Nella notte, in sogno la guerra era finita
e sulla sabbia sbiadita non correva più il bambino di ieri
le facce dei padri si erano incavate
i loro sorrisi divenuti tristi
“Dove sei stato? Ti abbiamo atteso sera dopo sera
quando Agamennone tornava a casa a morire
e Menelao incanutiva tra le bottiglie di birra per un amore perduto
abbiamo dimenticato la tua voce, i tuoi occhi
così come tu hai dimenticato i nostri
e ora rivedendoci non sappiamo non sai
qual era l’uso: ci abbracciavamo
allora? Ci baciavamo?
La vicinanza dell’intimità è nascosta nelle pieghe delle vecchie storie
e non ricordiamo”.
Nella notte, in sogno l’uomo sul ponte pianse
“un tempo – disse
cambiavo maglietta prima di dormire
e la notte inventavo storie
senza sapere il volto dei miei trent’anni
la nostalgia del nulla
stanotte la radio suona Endrigo
e l’inverno è ancora lungo
sul mare
sull’isola
dove gli alberi della vallata al mattino
si protendono ancora verso il cielo di febbraio.
Forse
verranno notti di primavera
gli amanti si nasconderanno nelle ultime case del vento
fuori pioverà e mentre dormiranno
gli anni e la tristezza incontreranno i ricordi
le lacrime di altri giorni nel silenzio di un cuscino
e le poesie ripeteranno le stesse parole anno dopo anno
gli stessi frammenti per quadri diversi
lo stesso cielo nell’impermanenza del senso
e dello sguardo che non sarà più il mio.”
Sul ponte, Palamede ascoltava le voci nel sonno
e sapeva che Itaca perduta nel buio
era l’illusione di Faust di dire all’attimo
fermati, sei bello
in un giorno di adolescenza in cui tutto è già vissuto e tutto è da vivere
e i fogli di giornale sulla strada d’inverno non si impregnano di pioggia
né gli angoli della bocca di tristezza.
Sapeva
che Itaca non esisteva se non per la partenza
se non per il rimpianto di un passato mai vissuto
e aprì le braccia per salutare il vento
sulla nave, nella notte.
Non dormì fino all’alba
– quando gli occhi si chiusero
lo sciabordare delle onde dirette al Bosforo
gli parve quasi
in qualche modo
casa.
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