I Genesis e le identità musicali

Sento che sta arrivando quel momento dell’anno, assolutamente ineluttabile, in cui mi fisso con i Genesis e ascolto per un mese uno dei loro dischi del primo periodo (per intenderci, fino all’uscita di Hackett e alla svolta pop); in passato hanno avuto molto successo, nella mia rotazione in loop, Selling England by the Pound e Nursery Crime, ma conto di riuscire a fissarmi anche su The lamb lies down on Broadway, che ancora non mi ha mai indotto all’ascolto compulsivo.
E dire che una volta non mi piacevano, i Genesis. Non so cosa mi allontanasse da loro, forse l’elaborazione eccessiva di certi brani – preferivo le reti di rimandi interni dei Pink Floyd a certi pezzi di Peter Gabriel e compagni in cui tendevo a perdermi – forse semplicemente non era il momento, come spesso avviene per varie cose nella mia vita, libri, film, amicizie, relazioni. È come se per ogni cosa ci fosse un tempo giusto da attendere, in cui tutto assume un senso, come per la filosofia studiata al liceo e compresa dieci anni dopo, per i libri di Dostoevskij che iniziarono a risuonare in me verso i ventidue anni, quattro anni dopo l’estate in cui decisi di leggere i classici russi. E, a volte, passato quel tempo opportuno, risulta difficile recuperare ciò che allora risuonava, ritrovare in un diverso contesto ciò che aveva senso in un altro. Così, ad esempio, da anni non riesco più ad ascoltare il primo disco dei Doors, colonna sonora delle mie estati adolescenziali che cercavo di trasformare nell’inquieta esplorazione della Summer of Love californiana vista nei film, così come non ho più visto Giù la testa, che in adolescenza guardavo ogni settimana.

Se, come sostengono alcuni, l’identità è un racconto che facciamo a noi stessi in cui costantemente riorganizziamo i ricordi secondo un senso che cambia sempre lievemente, forse quell’identità non è fatta solo di parole, ma anche di suoni, di musica, che mutano insieme ai nostri cambiamenti di prospettiva, accompagnando ogni volta la nuova storia che raccontiamo.

È un pomeriggio caldo e l’estate, per me, è il luogo in cui il tempo evapora per portare frammenti contrastanti, immagini dell’infanzia, dell’adolescenza, sensazioni dei miei quindici e vent’anni. Al pianoforte, lascio cadere alcune note sparse, come i frammenti di senso che ancora non voglio organizzare. Poi, forse, ascolterò i Genesis.

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