I
Il meteo delle diciotto annuncia pioggia sul litorale. Un’intervista di Telemaco al telegiornale ricorda il padre disperso anni prima. Un sostenitore di Agamennone difende le ragioni della guerra di Troia, contestata dagli universitari in piazza a Micene. Intanto si è fatta notte e la televisione suona in lontananza. Indistinta.
La notte attraverso i vetri
ha il suono del mare in burrasca
del vento
della pioggia.
Nella sala grande raccontiamo storie
alla luce pallida di una lampada
– il re riposa nella sua stanza al terzo piano
e Nausicaa, lo sguardo dei quindici anni
inquieto nella penombra della tempesta d’estate
forse attende una partenza
un treno per il nord per la Svizzera italiana
e in un pomeriggio stanco dietro una pinta di birra
la voce di un Kerouac stonato oltre il rumore della stazione
oltre i vagoni che sfrecciano
senza fermarsi mai.
II
Ricordo un pomeriggio di settembre – Odisseo aveva appena disertato e il giorno del sacrificio l’indovino annunciò la fine dei giorni incerti. Sarebbe giunto uno straniero dopo una notte di tempesta e avrebbe spiegato tutto, mettendo insieme i pezzi infranti delle nostre storie senza senso. Da allora lo attendo. Lo attendiamo tutti, quando il mare è in burrasca.
Da molti anni, nelle notti di tempesta
attendiamo uno straniero venuto dalle onde
attendiamo
che porti via dagli occhi la tristezza del tempo immobile
che porti via dal cuore l’angoscia della fine
che porti via dalle mani la solitudine
di centinaia di sere a raccontarsi la vita senza trovare un senso
ad aspettare alla stazione un treno che non si ferma
ad illuminare con la lampada le speranze deluse.
Attendiamo
come abbiamo atteso Dio un tempo nel deserto
quando ancora il respiro dei giorni
raccontava di una terra lontana circonfusa di bellezza
del latte dei sogni
oggi il signor Godot lavora alla reception, nell’albergo in piazza
– la sera scende in strada fumando la pipa
saluta i passanti di ritorno dal mercato
e non promette giorni felici, né attende altro
che il giorno della paga, mese dopo mese
e il sorriso di un tempo è una piega del volto
un’ombra sottile nelle mattine d’estate.
III
Nella sala grande il rumore della pioggia si dirada. Dalla strada una radio suona Elton John. Hold me closer, tiny dancer…
Tienimi stretto
che la notte è lunga
che il mondo sta per finire
che ci siamo annoiati del gioco della guerra
che quello degli eroi è un mestiere di un giorno.
Nausicaa, ascolta:
Achille aveva vent’anni
non voleva uccidere né morire
si nascose in un’isola vestito da donna
lo trovarono
e al fronte
lo videro ammazzare
lo videro cadere
un eroe, dissero
un eroe di vent’anni
un volto di vent’anni nella piazza di Micene
su manifesti ingialliti alzati verso il cielo
dai giovani in rivolta contro la leva obbligatoria
contro la guerra di Menelao per una vendetta personale
contro gli eroi di vent’anni nella polvere di Troia
le foto d’infanzia nei ricordi in televisione.
IV
Telemaco nell’intervista ha la giacca azzurra e la cravatta del padre. È sorpreso, dice, che, tutti questi anni dopo la diserzione e la fuga, Odisseo sia diventato uno dei simboli della protesta, l’uomo che, costruendo un cavallo di legno, si fa lasciare sulla spiaggia dicendo che risolverà l’assedio e poi si consegna ai nemici in cambio di un biglietto per una nave destinata alla deriva. “Non penso che sia stato un eroe – dice – Gli eroi sono quelli che muoiono per la patria. Come Achille”.
Nella schiuma del mare del primo mattino
Odisseo alzò la testa tra i residui del naufragio.
Quando dischiuse la gola per chiamare aiuto
aprì la bocca e nel silenzio dei gabbiani
la sua voce fu muta nel risuonare delle onde.
Lo videro giungere, testimone senza suono dell’interezza del tempo
– nella piazza grande
a sera
si cantava la tradotta che parte da Torino
e a Milano non ferma più
e la va diretta al Piave
cimitero della gioventù
nella sala grande
a sera
si cantava Elton John
hold me closer, tiny dancer
tienimi stretto
ora che ho tradito
ora che ho fallito
ora che il mondo è finito
ora che mi sono smarrito.
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